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Martedì 19 Settembre 2017 | 15:41

Cerignola - Azzerato clan Di Tommaso

Trentotto le persone indagate, 22 quelle arrestate, tre gli irreperibili. Tra questi, il presunto capoclan Leonardo Di Tommaso, di 38 anni, ucciso dal titolare di un autosalone
CERIGNOLA (FOGGIA) - Per costringere commercianti e imprenditori locali a pagare ogni mese il «pizzo» compivano piccoli furti e danneggiamenti, ai più duri inviavano minacce di morte. Per estorcere danaro ai titolari di un ristorante cinese, invece, si presentavano e dicevano: «Noi mafia».
Agiva così, taglieggiando ogni mese tantissimi operatori economici di Cerignola, il clan mafioso Di Tommaso disarticolato stamattina in un'operazione compiuta dai carabinieri del Ros di Bari e del comando provinciale di Foggia. Nei confronti dei Taddone, così come i Di Tommaso sono soprannominati, militari del Gico della guardia di finanza stanno compiendo in queste ore una serie di sequestri di beni mobili, immobili e societari per diversi milioni di euro.
Trentotto le persone indagate, 22 quelle arrestate, tre gli irreperibili. Uno dei destinatari dei provvedimenti restrittivi, il presunto capoclan Leonardo Di Tommaso, di 38 anni, è stato ucciso il 21 ottobre scorso dal titolare di un autosalone, Antonio Sorrenti, di 41, che non voleva sottostare al pagamento di una tangente di 1.000 euro al mese. Il commerciante è stato arrestato subito dopo i fatti e ha confessato il delitto. Ha detto che il presunto boss lo esasperava con le richieste estorsive che lui, così come le altre vittime del pizzo, non aveva mai denunciato.
Per il presunto capoclan la giustizia sommaria è arrivata quindi prima delle manette. «Sulle modalità e sui tempi con cui si è operato siamo assolutamente in regola. Non vorrei che qualcuno, speculando, in questo momento particolare dicesse qualcosa...», sottolinea il procuratore della Repubblica di Bari, Emilio Marzano. Infatti, il provvedimento cautelare è stato firmato dal gip Michele Parisi il 20 ottobre scorso, il giorno prima dell' uccisione di Di Tommaso, e il giorno seguente, il 21 ottobre, è stato corretto dallo stesso gip che aveva commesso lievi errori materiali, rilevati dal pm inquirente della Dda Alessandro Messina.
Dalle indagini, compiute anche dal commissariato di polizia di Cerignola, è emerso che l' associazione mafiosa era dedita alle estorsioni a imprenditori e commercianti, al traffico di sostanze stupefacenti, all' usura e alla gestione dei videopoker. E' emerso anche che i presunti affiliati al clan guadagnavano ciascuno fino a 20.000 euro al mese. La stima relativa agli introiti emerge dai colloqui intercettati dai carabinieri. Durante le conversazioni alcuni indagati ammettono di «guadagnare bene» e sostengono che i guadagni consentono alle loro mogli e ai loro bambini di vivere in modo agiato. Dagli accertamenti emerge anche che l' organizzazione imponeva un pizzo mensile compreso tra i 1.000 e i 2.500 euro agli operatori commerciali della zona e che trafficava cocaina e hascisc che acquistava in Olanda e vendeva in Puglia, Abruzzo e Molise.
Il clan inoltre aveva messo le mani sui lavori per la costruzione dell' Interporto nella zona industriale di Cerignola. Si era infatti aggiudicato in esclusiva i lavori di movimento terra all' interno dei cantieri e, attraverso l' agenzia di vigilanza Best Security, mai autorizzata dalla Prefettura, imponeva, anche con metodi violenti, servizi di vigilanza agli operatori economici. Nei confronti degli imprenditori che non pagavano il pizzo il clan organizzava spedizioni punitive nei confronti dei figli: «senza che spariamo, prendiamo un paletto e a quel ragazzo lo facciamo nuovo...nuovo», si dice in una conversazione intercettata.
Tra gli indagati a piede libero c'è anche l'ex assessore comunale ai lavori pubblici di Cerignola, Francesco De Cosmo, accusato di abuso d' ufficio per aver favorito l'assegnazione di un terreno nell'Interporto a una cooperativa di vigilanza della quale era il commercialista.

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