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Martedì 16 Gennaio 2018 | 20:13

San Severo - I detenuti: «fateci lavorare»

L'appello consegnato per gli imprenditori locali. Si cerca un dibattito sul tema della funzione riabilitativa del lavoro all'interno del percorso carcerario
SAN SEVERO (FOGGIA) - Lavorare: dentro o fuori dal carcere. E' quello che chiedono i detenuti del carcere di San Severo, che hanno fatto un appello - affidato nelle mani del cappellano dell'istituto di pena - alle autorità locali e agli imprenditori affinché si apra un dibattito sul tema della funzione riabilitativa del lavoro all'interno del percorso carcerario.
E'una decisione presa - affermano - «dopo ampia discussione» all'interno del carcere e l' appello oltre agli imprenditori è rivolto, in particolare, al vescovo di San Severo, Michele Seccia, al Sindaco, Michele Santarelli, al provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria, Rosario Cardillo, alla Magistratura di Sorveglianza presso il Tribunale Ordinario di Foggia, al direttore dell'istituto di pena, Davide Di Florio.

I detenuti fanno una premessa: «siamo consapevoli - affermano - degli errori che abbiamo commesso e dell'entità pesante dei danni che abbiamo provocato a persone innocenti. Nel nostro caso è stata quasi sempre la droga ciò che ci ha spinto a commettere reati. Accettiamo la pena che ci è stata assegnata. Ci interroghiamo però sul senso che essa debba avere perché sia costruttiva ed efficace».
«Il tempo del carcere - scrivono - dovrebbe servire ad aiutarci a prendere coscienza degli errori fatti e a provare le vie per non ricadere nel nostro passato negativo. La funzione del carcere è quella di riabilitarci, di darci nuove possibilità per un nuovo futuro». «Molte persone - si legge nell'appello - purtroppo vedono il carcere come una specie di luogo di supplizio in cui siamo stati rinchiusi per soffrire e così pagare per i nostri sbagli e ripagare la società che con quegli sbagli abbiamo danneggiato». «A queste persone noi possiamo garantire - si legge ancora - che la sofferenza non ci manca affatto, ma chiediamo se stiano desiderando soltanto di vendicarsi o di favorire nei modi migliori il nostro recupero». «Infatti la sofferenza, l'esclusione dai legami familiari e sociali, l'inattività, da sole - spiegano i detenuti - non sono i rimedi migliori per venir fuori dai nostri problemi. Questo periodo della nostra vita deve essere invece tempo di recupero, di guarigione e non di amarezza e di ulteriore perdita di fiducia in noi stessi». «Alla stessa società che ci aspetta fuori, ai fini di una sua maggiore sicurezza sociale, deve interessare - sostengono ancora i detenuti di San Severo - che noi siamo recuperati e non semplicemente avviliti».

«Il nostro carcere di San Severo, di fatto, - scrivono - già ci propone delle attività utili al recupero: corsi scolastici, sostegno psicologico, sport, momenti di spiritualità. Tutto questo ci è molto di aiuto». «Tuttavia si può fare ancora di più. Occorre aiutarci ad inserirci nel mondo che è fuori e superare la situazione attuale in cui il carcere è come un'isola, completamente distante dal resto della società. Questo non va bene e non è civile. In modo particolare potremmo essere aiutati - affermano i detenuti - ad entrare nel mondo del lavoro. Spesso ci troviamo per lunghe interminabili ore a perdere tempo, schiacciati dalla noia, dalla depressione e da un forte senso di inutilità». «Potremmo invece impiegare il nostro tempo - continuano i detenuti - lavorando in carcere o fuori dall'istituto. Le leggi dello stato italiano lo consentono, e in modo particolare la legge 193/2000 cd. Legge Smuraglia lo favorisce, assicurando notevoli sgravi fiscali alle aziende e alle cooperative che offrono ai detenuti lavoro fuori e dentro il carcere».

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