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Mercoledì 20 Settembre 2017 | 22:15

«Bari non ha spirito levantino e va al fallimento»

Il parere pessimistico del sociologo Domenico De Masi sul futuro del capoluogo pugliese, rafforzato da analoghi pareri di altri studiosi. Solo una voce fuori dal coro: il prof. di Storia dell'industria Federico Pirro
BARI - Poco creativa e quindi poco innovativa, come Ancona e Napoli. Appare così Bari a Domenico De Masi, sociologo de "La Sapienza" di Roma che ha di recente coordinato una ricerca sul rapporto tra creatività e produttività dei centri urbani, prossima a suscitare qualche polemica.
A sentire il professore, che sfata il mito della fantasia delle città affacciate sul mare, il capoluogo pugliese, a differenza di Milano, Roma, Firenze, Bologna e Aosta, sarebbe poco creativo, perché non avrebbe investito tanto e per tempo in servizi imprenditoriali, turismo, ricreazione, tempo libero, istruzione, moda e design, comunicazione.
In questa teoria De Masi si rifà a Richard Florida, docente della Carnegie Mellon University di Pittsburg e autore de «L'ascesa della classe creativa», che afferma: «Nel mondo globale, la ricchezza si concentra dove sono presenti le tre T dello sviluppo economico: tecnologia, talento e tolleranza, ovvero gay, bohemien e alto sviluppo tecnologico. Bisogna che le città abbiano concerti, locali e vita notturna per attirare nel nome della tolleranza artisti, scrittori, uomini di spettacolo. Occorrono centri accademici capaci di calamitare i professionisti del settore tecnologico e della ricerca scientifica. La prosperità economica sarà sempre meno legata all'esportazione di beni e sempre più alla capacità di importare il vero capitale della società globale: intelligenza».
Secondo De Masi il teorema della «classe creativa» dell'americano contraddice anche le idee del politologo Robert Putnam, secondo cui «quel che crea lo sviluppo sociale è l'associazionismo».

E loro, i pugliesi cosa pensano di Bari, la ritengono meno creativa di Lecce e cosa manderebbero a dire al neo sindaco, Michele Emiliano? E quanto incide ancora l'associazionismo?
Pasquale Ribezzo, presidente del Laboratorio di Sviluppo Locale della Cna, afferma: «Devo dire che da anni sono arrivato alla stessa conclusione. A Bari c'è un deficit di creatività che è parte essenziale della crisi della città. Bari è una città al presente, senza storia e senza utopia. Le ultime generazioni non conoscono il passato e non sognano il futuro, cresciute senza musei e senza teatri, ridotte a vegetare tra discoteche e la famosa "movida" in un borgo antico restaurato solo come quinta teatrale per fare il verso ad altre città, lontano da storia e tradizione di questo popolo. E' penoso vedere questi giovani brancolare considerando le testimonianze del passato un fastidio urbanistico, come la cosiddetta "piscina" archeologica di piazza Ferrarese, a due passi da uno dei luoghi storici ignorati della creatività di Bari, la bottega Spizzico». Per lo studioso a proposito di associazionismo bisogna distinguere tra i vari associazionismi. «Dubito - precisa - che a Bari ci sia mai stato un associazionismo "incisivo". E poi, di quale vogliamo parlare? Quello socio-culturale è finito negli anni 80. Parte dell'associazionismo di ultima generazione è di comodo. Tendenzialmente corporativo. Strumentale ad eventuali sbocchi politici. C'è associazionismo ma non c'è socializzazione. Manca lo "spirito pubblico", ma non ci sono neanche codici paralleli, come invece per mafia e camorra. Non c'è governance perché non c'è government».
E in questo smantellamento del sociale per Ribezzo un ruolo importante lo ha giocato l'Università. «La proliferazione - commenta - delle sedi distaccate, riducendo l'Università a scuola dell'obbligo, ha di fatto impoverito il suo ruolo stesso di contenitore-laboratorio dello scambio di esperienze creative; e ha indebolito l'offerta di cultura, producendo solo incarichi per i docenti, e trasformando gli atenei in agenti immobiliari.
Sin da quando cominciai a occuparmene negli anni '70, quello che colpiva di Bari era un forte senso del privato e una quasi totale assenza di pubblico. Allora l'assenza di offerta pubblica (ad esempio nei servizi) veniva compensata da circuiti privati esclusivi e a volte inaccessibili. Sola voce stonata era la presenza di un ampio strato di studenti fuori sede che, (anche con il loro volontariato rumoroso) contribuiva a vivacizzare il "microclima" culturale, consentendo alti livelli di socializzazione, e tirando fuori dai circuiti di casta i giovani della città. Una città organizzata per lobbies in politica, e per caste nella vita sociale. Circoli chiusi, senza l'orgoglio della comunità. Un indicatore empirico: a Bari, non c'è traccia di una prostituzione "all'aperto", come nei parchi e sui viali di Roma, di Firenze o di Milano. Significa che i baresi sono più pudichi o virtuosi? Al contrario: vuol dire che la prostituzione si esercita in privato, con committenze selezionate, di casta. Sto estremizzando, naturalmente, ma in realtà è questo fenomeno "privè" che non consente la comunicazione tra gruppi socio culturali diversi. E che impedisce alla quantità (le persone coinvolte) di trasformarsi in qualità (la crescita di capitale sociale della città). Seguendo un trend generale, i giovani baresi sono rifluiti nel recinto tranquillizzante del circuito casta-famiglia».

Impietoso anche il giudizio di Michele Capriati, docente di Politica economica all'Università di Bari, d'accordo con De Masi. «Le grandi città - chiarisce - hanno da sempre avuto il ruolo di concentrare servizi ed attività innovative capaci di dare impulso alla crescita delle regioni di appartenenza. Oggi più di ieri la risorsa strategica per la crescita è la conoscenza, sia nella sua forma codificata che, soprattutto, in quella tacita che si fonda sull'esperienza e sulle reti di relazioni tra soggetti. Una città che vuole giocare un ruolo attivo nell'attuale contesto deve essere in grado di generare autonomamente ed attrarre dall'esterno le risorse della conoscenza (di cui la creatività, che da tanti anni appassiona De Masi, ne rappresenta solo un aspetto). Bari oggi si trova ad un bivio. Da uno studio della agenzia francese Datar, ripreso ed elaborato nel piano strategico della provincia di Bari presentato la scorso luglio da Assindustria e Camera di commercio, risulta che Bari pur appartenendo a pieno titolo al novero delle grandi aree metropolitane europee ed avendo per dinamicità commerciale ed imprenditoriale i presupposti giusti per diventare una città internazionale emergente, negli ultimi dieci anni non è stata in grado di fare il dovuto salto di qualità. Le sue debolezza possono essere individuate in: 1) una scarsa connessione fisica alle reti internazionali ed internazionali ed una conseguente perifericità geografica; 2) uno scarso utilizzo della risorsa della cultura e del patrimonio artistico come volano di attrazione turistica e di inserimento nei circuiti culturali; 3) una relativa debolezza delle presenze per fiere e congressi internazionali (nonostante la Fiera del Levante, ndr.). Minore accessibilità e minore attrattività rendono difficile la crescita delle risorse della conoscenza e quindi l'evoluzione stessa della città verso percorsi virtuosi di espansione».
E sull'incisività dell'associazionismo l'economista barese non pensa ci sia una contrapposizione tra una via individualistica allo sviluppo delle città (fatta di feste e concerti) ed una associazionistica (fatta di convegni e club). «Se la risorsa strategica - dice - è la conoscenza e la capacità di tramutarla in innovazione e sviluppo, le idee viaggiano meglio in contesti coesi e cooperativi, dove le persone tessono rapporti di reciproca collaborazione e fiducia, ed in cui la creatività dell'individuo si può manifestare con maggior pienezza. Lo sfrenato individualismo porta alla creazione di isole non comunicanti e alla sopraffazione del più forte su tutti gli altri (con conseguente spreco di risorse). Paradossalmente oggi Bari è più vicina ad un modello individualistico (ancorché povero di happenings ed omosessuali) dove si verifica ancora una scarsa capacità di scambio tra i soggetti locali».

Cinzia Ficco

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