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Venerdì 22 Settembre 2017 | 17:28

Salento - «Le anfore proteggono un relitto romano»

Lo sostiene il professor Giuliano Volpe, ordinario di Archeologia a Foggia, che, assieme ai carabinieri, s'è immerso ed ha ispezionato i reperti archeologici
recupero reperti archeologici salentoGALLIPOLI - A 40 metri di profondità, al largo di Torre Sinfonò, nel Salento, i fondali sono disseminati di anfore e frammenti di esse. In un punto se ne contano a decine, è un blocco che si solleva rispetto al resto. Può sembrare ciò che resta dopo una lite casalinga tra titani. Invece, potrebbe essere la parte affiorante del carico di una nave romana affondata nello Jonio mentre veleggiava per la Francia o la Spagna. Lo sostiene il professor Giuliano Volpe, ordinario di Archeologia presso l'Università di Foggia, che, assieme ai carabinieri, s'è immerso ed ha ispezionato i reperti archeologici. Secondo lui, il mare e il tempo avrebbero saldato i cocci in un duro groviglio di concrezioni. Una sorta di tappo che, con la sabbia a fare da culla, ha salvato la chiglia di una nave di oltre duemila anni fa.
Il professore (che ha effettuato il sopralluogo assieme al dott. Giacomo Disantarosa, dottorando in ricerca in Civiltà tardo-antica e altomedioevale presso l'Università di Bari), è consulente nell'inchiesta scattata nell'agosto scorso e relativa al trafugamento e alla vendita di reperti archeologici. Da allora proseguono le indagini dei carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Bari, coordinato dal tenente Michele Miulli, cui collaborano i militari della Compagnia di Gallipoli, guidati dal cap. Antonio Caterino, e quelli del Nucleo sommozzatori di Taranto, agli ordini di Ugo Adorante.
Per l'immersione odierna dal porto di Gallipoli sono partite due imbarcazioni. Al comando della motovedetta CC623 il mar. capo Rocco Sanapo, coadiuvato dagli appuntati scelti Francesco Laneve e Salvatore Panìco e dal carabiniere scelto Giovanni Marangi. A bordo i due accademici, Michele Miulli e il suo strettissimo collaboratore Stefano De Carolis. Su di un veloce gommone, invece, hanno preso posto: Ugo Adorante, l'appuntato Gianni Sgariglia, l'appuntato Fabrizio Dichierri e l'appuntato scelto Carlo Delconsole (che si sono tutti immersi assieme agli archeologi) e il carabiniere scelto Roberto Ciccacci.
Dopo quaranta minuti di navigazione le due imbarcazioni hanno raggiunto il punto esatto in cui si trova il relitto e i sub hanno effettuato l'immersione.
Michele Miulli, intanto, ha sottolineato le difficoltà dell'inchiesta. Anche solo per trovare il punto in cui la nave romana è colata a picco, infatti, i carabinieri hanno dovuto svelare il trucco impiegato dai due che depredavano l'area. «Con un Gps - ha spiegato il comandante del Nucleo Tpc- avevano segnato un punto di riferimento. Non era quello esatto ma lo raggiungevano con un'imbarcazione e poi effettuavano una triangolazione con due punti sulla riva, un'antenna e la finestra di un palazzo».
I due sono stati indagati e in quel tratto di mare un'ordinanza di Polizia marittima vieta ancora l'immersione e la sosta di natanti. recupero relitto
Per concludere le operazioni di risalita in sicurezza e tornare al porto di Gallipoli è stat necessaria l'intera mattinata. Soltanto nel primo pomeriggio è stato possibile raccogliere i commenti del professor Volpe e la sua ricostruzione storica: «Si era subito dopo la seconda guerra Punica - ha detto - Roma aveva conquistato l'intero Mediterraneo e il Sud Italia era diventato il cuore economico di questo mare». Il vino prodotto in Puglia veniva esportato in Francia e Spagna. Il viaggio si faceva su barche capienti e piuttosto stabili. «Visto che ogni anfora conteneva circa 25 litri - spiega l'archeologo - l'imbarcazione che è colata a picco forse trasportava 30.000 litri di vino». Una tempesta o un attacco pirata e il vascello è andato a fondo. Il carico ha seguito lo stesso destino. Siccome «le anfore venivano collocate una sull'altra ed erano alcune migliaia», quelle che si trovavano nella parte superiore dell'imbarcazione si sono staccate e sono piovute su ciò restava del battello, ricoprendolo. Una sull'altra, un «cumulo largo otto per nove metri» che ha atteso per millenni legandosi in un duro guscio.
«Una cosa interessante - conclude il professore - sarebbe fare un saggio in profondità ai margini del cumulo per vedere in sezione gli altri strati di anfore sottostanti e la conservazione della struttura lignea, a mio parere, abbastanza ben conservata».
Marisa Ingrosso

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