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Martedì 26 Settembre 2017 | 02:05

La famiglia Cupertino: «Ancora non ci sembra vero»

SAMMICHELE DI BARI (BARI) - La notizia viene data loro direttamente dall'unità di crisi della Farnesina: «Sono stati liberati, sono liberi». Sono da poco passate le 14 e a casa Cupertino scoppia la gioia. Una gioia incontenibile, che cancella in un colpo solo un' ansia, una attesa lunga quasi due mesi, una angoscia appesantita soprattutto nei primi giorni dal rincorrersi di voci e di speranze, ora sollevate, ora messe a tacere.
A casa Cupertino ci sono grida di gioia, lacrime di una commozione intensa. Laura Albanese, cognata di Umberto Cupertino, riesce appena a descrivere le sensazioni che in questi momenti la famiglia di Umberto sta vivendo. «Sì - conferma -, ci ha chiamati adesso la Farnesina e ce l'ha confermato. Sono stati liberati, finalmente. Può immaginare che sta succedendo qui da noi». La voce si distingue a fatica tra il frastuono di sottofondo e gli avvisi di chiamata. Si sentono voci concitate, mentre Laura cerca di mantenersi calma e di farsi comprendere al telefono. «Ancora non ci sembra vero - dice -, ma ormai questa storia si è conclusa. Può immaginare, non sappiamo se ridere, piangere, abbracciarci...».
«Ma ora che farete, andrete a Roma? Che vi hanno detto di fare?», insiste il cronista. Laura, paziente, risponde come può: «Non sappiamo cosa faremo nelle prossime ore, domani. Attendiamo di sapere quando e come Umberto e gli altri due suoi compagni faranno ritorno».
E la mamma di Umberto, provata dalla vicenda, ormai oltre che dalle sue malattie? Anche lei non si controlla più, dice Laura. La donna in tutti questi giorni è stata «curata» con particolare attenzione dai suoi famigliari. Per lungo tempo suo figlio Francesco, fratello di Umberto, e gli altri parenti, l' hanno tenuta in un clima per quanto possibile protetto, ovattato. Niente televisione, niente contatti con i giornalisti. Ma ora anche per lei è arrivata la liberazione.
«E' una gioia immensa - dice ancora Laura - da quando abbiamo avuto la notizia non stiamo più nella pelle».

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