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La barese che sfidò D'alema: «Dal Pds mi cacciarono»

di STEFANO BOCCARDI 
Intervista alla barese Francesca Marxiana Borri (figlia del noto urbanista, Dino Borri). Quasi tredici anni fa, nel gennaio del 1997, si presentò al congresso del Pds con un paio di occhialini alla Gramsci e tanto coraggio in corpo. Il suo intervento - tutto d’un fianto e l’esatto contrario di quello che aveva concordato con il partito di Massimo D’Alema - scosse la platea del Palaeur di Roma e si meritò titoli a caratteri cubitali praticamente su tutti i giornali. All’epoca aveva solo 16 anni, ora vive in Palestina
La barese che sfidò D'alema: «Dal Pds mi cacciarono»
BARI - Quasi tredici anni fa, nel gennaio del 1997, si presentò al congresso del Pds con un paio di occhialini alla Gramsci e tanto coraggio in corpo. Il suo intervento - tutto d’un fianto e l’esatto contrario di quello che aveva concordato con il partito di Massimo D’Alema - scosse la platea del Palaeur di Roma e si meritò titoli a caratteri cubitali praticamente su tutti i giornali. Quella ragazza, che all’epoca aveva solo 16 anni, veniva da Bari e portava un nome e un cognome impegnativi, Francesca Marxiana Borri, figlia del noto urbanista, Dino Borri. 

Francesca Marxiana BorriFrancesca, dopo quell’esperienza, di te si sono letti soprattutto i tuoi scritti, i tuoi articoli dalla Palestina, il tuo libro sul Kosovo. Che fine ha fatto quella ragazzina che voleva diventare una dirigente di partito? Che sfidava D’Alema e il resto della nomenclatura? Hai ancora fiducia nella politica? O ti sei rassegnata? 
«Io vivo in Palestina. A Ramallah. E se non avessi una grandissima fiducia nelle persone e in quello che possono cambiare insieme, probabilmente avrei aperto un caffè sul mare. No, non sono disillusa. È solo che preferisco fare politica in Medio Oriente». 
E perché non anche in Italia? 
«Intanto qui si resta giovani sino a 50 anni. In Palestina, invece, io sono di due anni sopra l’età media. E finalmente sono considerata per quello che ho da dire». 
Ok. Che cosa ha da dire ora Francesca Borri? E poi: che vuoi fare da grande? 
«Da grande, anzi al più presto, mi piacerebbe avere un passaporto palestinese». 
Per farne che cosa? 
«Non c’è solo la Palestina in questa mia aspirazione. Quello che sta accadendo in Medio Oriente è la metafora di una specie di apartheid globale: i centri contro le periferie, gli immigrati contro quelli che hanno le cittadinanze e i privilegi, i poveri e i ricchi. Sì, perché alla fine è sempre Marx che torna. E anche il Vangelo». 
Perché 12 anni fa non ti fermasti nel Pds? 
«Fu soprattutto una questione di spazi. Che non c’erano. Ricordo ancora le parole di D’Alema. Ci diceva: combattete nel partito e ritagliatevi i vostri spazi. Quest’idea che si possa costruire qualcosa combattendo, facendo la guerra non mi apparteneva». 
Ma te ne andasti tu? O ti cacciarono? 
«Di fatto, mi cacciarono. Perché fondamentalmente alla fine ero lì solo per fare la ragazza immagine». 
E pensi che questo possa capitare anche a personaggi come Debora Serracchiani e Matteo Renzi, che si presentano come il nuovo del Pd e della politica? 
«Intanto, loro sono più grandi di me. E poi... Li conosco poco entrambi. Ma che c’entra Matteo Renzi con il nuovo? A Firenze lui dice di essere l’erede di Giorgio La Pira... L’erede di La Pira a Firenze è Danilo Zolo, che di anni ne ha 73. E poi... Renzi lo ricordo a gennaio scorso. Io ero a Gaza e lui manifestava solidarietà agli israeliani». 
Ma perché allora anche personaggi come Beppe Grillo guardano al Pd? Ritieni che ci sia spazio in Italia per una sinistra unita? 
«Culturalmente sì. E l’area è persino ampia. Certo, è un po’ smarrita. Ma lo spazio c’è. E c’è pure il leader. Che è Nichi Vendola». 
Proprio lui che nelle ultime settimane è finito nel cono d’ombra dell’inchiesta sulla sanità pugliese? Non ritieni che la sua immagine ne esca decisamente incrinata? 
«Nei primi anni della sua presidenza della Regione non c’è dubbio che Nichi non abbia avuto coraggio. Però va detto che è uno solo. Perché è mancata la classe dirigente». 
Ma non ritieni che sia stato proprio lui a costruire questa solitudine intorno a sé? 
«Sicuramente ha partecipato alla sua solitudine, ma Nichi resta...». 
C’è una ragione per la quale torneresti? 
«Sì, è l’Europa, l’Europa dell’alter nativa mediterranea. Quella che Franco Cassano ha rilanciato insieme con Danilo Zolo. Quell’Italia, forse anche quella Puglia, quella di don Tonino Bello e di Nichi, la Puglia che cerca di contagiare l’Italia e l’Europa. Sì, per questo tornerei». 
Qua davanti c’erano gli scheletri di Punta Perotti. È stata davvero una vittoria abbatterli? 
«Anche su questo, l’eperienza palestinese mi aiuta molto. Perché lì dopo le vittorie, dopo l’entusiasmo, c’è la riflessione. E per Punta Perotti, ti chiedi come si sia arrivati. Scopri che non erano del tutto illegali, che il consiglio comunale dell’epoca... E chi siedeva in quel consiglio comunale? Insomma, vengono fuori i grigi. Viene fuori che l’amministrazione che ha abbattuto Punta Perotti è la stessa che affida a mio padre l’incarico di elaborare il piano strategico e nello stesso tempo lascia all’Urbanistica un assessore che ha idee opposte alle sue». 
Un quadro tutt’altro che ottimistico? 
«Sì, e mi sorprende anche la mancanza di coraggio dei giovani di sinistra. Tanti, ad esempio, si fanno raccomandare dai propri genitori docenti universitari. Come possono battersi per un’Università migliore? Mi dispiace, perché tanti sono pure amici, ma questi giovani non verrà mai fuori nulla».
di STEFANO BOCCARDI

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