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Mercoledì 22 Novembre 2017 | 15:52

agricoltura

Produrre il latte lucano
è un'impresa «a perdere»

Prezzo sceso a 40 centesimi al litro. «Così non possiamo reggere»

Produrre il latte lucanoè un'impresa «a perdere»

PIERO MIOLLA

Cala il consumo di latte, ma in Basilicata i produttori segnalano che il vero, grande, problema è il suo prezzo, ormai sceso a soli 40 centesimi al litro. Se, da un lato, l’Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) sostiene che il carrello della spesa degli italiani (e anche dei lucani) continua a modificarsi a tal punto da mostrare nuove tendenze in grado di trasformare anche tradizioni radicate, come la colazione mattutina a base di latte, dall’altro, i produttori della nostra regione segnalano, ancora una volta, che la produzione di latte non fa più guadagnare. Questo, quindi, il vero problema. Secondo l’Ismea negli ultimi 5 anni il consumo di latte è diminuito del 7 per cento, con un calo che ha riguardato soprattutto quello fresco (-15 per cento in quantità tra il 2016 e il 2012), meno il latte a lunga conservazione (-3,2 per cento). Per converso, sarebbero in controtendenza gli acquisti di latte alta digeribilità (quelli senza lattosio: crescono gli intolleranti), aumentati del 47 per cento sempre nello stesso quinquennio sotto osservazione.

Se il problema economico attanaglia chi produce latte, tanto da far dichiarare ai produttori lucani che, ormai, la vendita porta ad un sostanziale pareggio tra spese e ricavi, quando va bene, i dati Ismea confermano che a consumare meno latte sarebbero però le famiglie con un reddito più alto (-15,8 per cento). Insomma, non sarebbe il fattore economico a influenzare gli acquisti di latte che sembrerebbero, invece, più legati all’affermarsi di nuovi modelli alimentari. Il dato economico, dunque, resta un problema dei produttori, non dei consumatori. Almeno in generale. Così facendo, però, in regioni come la nostra dove l’agricoltura un tempo predominante sta lasciando spazio al deserto, sotto tutti i punti di vista, il vero rischio non è il calo del consumo, ma potrebbe essere addirittura il calo dei produttori, sempre più vessati e stremati. In tal modo, quindi, in Basilicata potremmo perfino assistere ben presto ad un calo della produzione, che, evidentemente, potrebbe anche portare, almeno nella nostra terra, ad un minore consumo di latte. Che fare, dunque?

Il dito dei produttori sembra puntato tanto sulla politica e sulle associazioni di categoria, ree di non fare mai abbastanza per tutelare il settore, quanto sull’Europa, che con le sue bizzarre decisioni non fa che contribuire ad allontanare i produttori lucani da quelli del resto d’Europa in termini di competitività. Anche se, a dire il vero e tornando all’Ismea, nel quinquennio 2012-16 si è diffuso tra le famiglie italiane il consumo di bevande alternative a base vegetale che, alla luce di una recente sentenza della Corte di Giustizia Ue, non potranno più essere chiamate “latte”. Bruxelles, dunque, per la prima volta sembra battere un colpo e, almeno in linea di principio, dare manforte ai produttori. I quali, però, ricordano sempre con grande lucidità l’assurda direttiva europea che autorizzava a produrre formaggio sostituendo il latte con il caglio. Un altro colpo al cuore della qualità lattiero-casearia lucana, questo, che potrebbe ulteriormente contribuire a mettere in ginocchio che, complici le politiche nazionali ed europee, stenta a vedere nuovamente la luce in fondo al tunnel.

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