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Domenica 22 Aprile 2018 | 02:59

chiesa lucana

Melfi ha il suo vescovo
È don Ciro Fanelli

La nomina è caduta su un parroco di Lucera

Melfi ha il suo vescovo  È don Ciro Fanelli

di Edmondo Soave

MELFI - Solo un mese di attesa e Melfi ha già il suo nuovo vescovo, che succede a monsignor Todisco partito missionario per l’Honduras; per la cattedra di sant’Alessandro, Papa Francesco ha scelto un altro pugliese: don Ciro Fanelli, 53 anni, prete da 27,fino a ieri vicario generale della diocesi Lucera - Troia ,oltre che parroco della cattedrale di Lucera che è anche il suo paese natale .

Nulla di paragonabile ai due anni e mezzo vissuti come di sede vacante da Acerenza; ma allora c’erano problemi di “assestamento complessivo” della provincia ecclesiastica lucana. Si trattava cioè di decidere se cancellare o meno qualche diocesi ; una volta confermato il quadro attuale le nomine sono praticamente piovute una dopo l’altra: e così, nel giro di un solo anno, la conferenza episcopale lucana è stata totalmente rivoluzionata: 4 nuovi vescovi tutti di prima nomina a Matera, Tricarico, Acerenza ed ora Melfi; due spostamenti di sede, per Potenza e Tursi. Come se fossimo davanti ad un nuovo inizio; o almeno ci son o tutte le premesse.

Ma restiamo a Melfi. L’annuncio del nuovo vescovo è avvenuto a mezzogiorno nel principesco vescovado settecentesco, nella bella sala degli stemmi, affollata all’incredibile non tanto da preti, che sono appena una quarantina in tutto, ma soprattutto da laici impegnati da fedeli anonimi e da curiosi.

A leggere la nomina, la biografia e il primo saluto del “vescovo eletto”, come viene chiamato fino alla presa di possesso, è stato l’amministratore diocesano, don Vincenzo Vigilante, il prete, eletto dai confratelli, dopo la partenza di mons. Todisco , per reggere le sorti della diocesi per tutto il periodo di sede vacante, e cioè da fine giugno ad oggi. È seguito un applauso per la verità piuttosto flebile; un po’ perché il nome non è di quelli noti , un po’ perché l’effetto-novità è stato “depotenziato” dal “miracolo della rete” . Appena, infatti, si è saputo giovedì della convocazione del clero, in contemporanea a Melfi e a Lucera per il mezzogiorno del giorno successivo, è scattata la ricerca in internet, tra gli amici e i confratelli pugliesi per scoprire il nome del neo-vescovo. E alla fine il “segreto pontificio” al quale era legato il povero don Vincenzo non ha retto all’assalto della modernità.

A Mezzogiorno comunque - qui nel rispetto di una tradizione ultracentenaria - le campane hanno suonato a stormo, sia a Melfi, sede di destinazione di don Ciro, sia a Lucera per l’elezione a vescovo di un prete della diocesi. Se per i laici infatti si può parlare di pura e semplice “promozione”, per la comunità dei credenti è molto di più: perché i vescovi sono i successori dei dodici apostoli, i soli che detengono la “pienezza del sacerdozio”; i preti sono semplici collaboratori del vescovo.

Ed infatti il messaggio di don Ciro alla “sua” nuova chiesa, letto da don Vincenzo a Melfi, è attraversato, perché ripetuto più volte, dai termini «sorpresa e stupore». Sorpresa per sé e per la scelta del Papa e stupore di fronte al compito che gli viene affidato. Nessun programma di governo nel messaggio, ma l’indicazione di un metodo che lascia intravedere il cammino; è contenuto nelle prime righe, nella preghiera che il vescovo eletto rivela ai suoi fedeli di rivolgere al suo Dio seguendo la spiritualità semplice e profonda di Charles de Foucauld, il religioso francese, beatificato da papa Benedetto, che ha consumato la sua vita (morto nel 1916) in Algeria tra i Tuareg del Sahara a difesa delle popolazioni locali.

Una seconda indicazione viene dalla coincidenza dell’annuncio con la ricorrenza liturgica , proprio ieri, della festa di San Giovanni Maria Viannay, più noto come il “curato d’Ars”, che san Pio X nel 1905 (mentre infuriava la lotta al modernismo) nominò patrono dei preti e modello di parroco nella modernità che allora era avvertita come anti-cristiana.

Un episcopato quindi che pare annunciarsi soprattutto come missionario come testimonianza evangelica nel contesto in cui verrà a muoversi. Ieri pomeriggio una delegazione di preti si è recata a Lucera per salutare il nuovo vescovo ed anche per concordare le prossime tappe: la consacrazione episcopale e l’ingresso in diocesi.

La diocesi di Melfi, quasi 85 mila abitanti, abbraccia quindici comuni dell’area nord della Basilicata, forse la più ricca della regione che comprende non solo l’area industriale che trascina l’export lucano grazie alla Sata ma anche una agricoltura di qualità. Sul piano religioso trentatre parrocchie e una quarantina di preti compresi una decina di religiosi tra padri trinitari, francescani e una comunità monastica.

Pesante l’eredità che il nuovo vescovo va ad ereditare; il suo predecessore mons. Todisco ha inferto duri colpi al tradizionalismo locale: dalle feste patronali all’abolizione die padrini alle cresime e ai battesimi, dalle denunce di corruzione per l’assunzione in sata alla rivendicazione della domenica libera nella fca globalizzata.

«Una chiesa clericale – dice don Vincenzo che precisa di parlare a titolo personale - ripiegata su un devozionismo consolatorio mentre il problema è come annunciare il vangelo della liberazione nella modernità ormai secolarizzata». In fondo è la sfida di Monsignor Ciro Fanelli nella Melfi di oggi.

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