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«Mia nuora poteva salvarsi
ma non l'hanno ricoverata»

«Mia nuora si poteva salvare, bastava ricoverarla nelle settimane precedenti, quando abbiamo ripetutamente implorato i medici di tenerla in Ospedale, perché era chiaro che qualcosa non andasse per il verso giusto; ma ci dicevano sempre di stare tranquilli, perché la situazione era completamente sotto controllo». È una testimonianza commossa e appassionata quella di Sabina Latella, la suocera di Regiane Sousa Martins, la donna di origine brasiliana morta il 3 settembre 2013, per complicanze nel corso del parto avvenuto nella struttura ospedaliera San Giovanni di Dio di Melfi.

Una testimonianza di fatti e di stati d’animo, questi ultimi non certo utilizzabili per il processo, ma utili per capire la condizione di una famiglia che si ritrova a veder cambiare un momento di gioia, quale dovrebbe essere una nuova nascita, in una tragedia. E sono stati diversi diversi i momenti di forte commozione mentre la donna rispondeva alle domande del Pm Veronica Calcagno e degli avvocati difensori, al punto da portare il giudice Natalia Catena a sospendere l'esame della donna, in particolare quando la suocera di Regiane ha raccontato dei problemi che manifesta tuttora la nuova vita nata quel giorno dalla mamma in fin di vita e da suo figlio, Giuseppe Errichiello (parte lesa nel processo e assistito dall’avv. Fabio Di Ciommo), a causa dei danni subiti durante il parto, dopo il quale rimase in pericolo di vita per alcuni giorni.

Per la morte della giovane mamma brasiliana sono ora a processo la ginecologa della vittima, Maria Patrizia Napoli (difesa dall’avvocato Gaetano Araneo) e del direttore del reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Melfi, Alberico Antonio Vona (difeso dall’avvocato Marco Moccia) accusati di «omicidio colposo» per «imperizia». E per approfondire queste ipotesi nella prossima udienza del 6 aprile toccherà ai primi testimoni delle difese le infermiere presenti in reparto il giorno dell'evento nefasto. A seguire toccherà ai periti della difesa dire la loro su quel tragico evento, in un incedere processuale spedito che potrebbe portare ad avere già una verità processuale di primo grado prima dell’estate.[g.riv.]

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