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Il manuale del caporale «Nei tuguri o non lavorano»

Il manuale del caporale «Nei tuguri o non lavorano»
di Massimo Brancati

POTENZA - I campi di accoglienza sono pronti da giorni. A Palazzo e Venosa. Ma tanti immigrati (almeno un centinaio) continuano a vivere in baracche e ruderi nelle campagne circostanti. In condizioni disumane, tra mancanza di acqua potabile e sporcizia. Potrebbero spostarsi nei centri autorizzati, dove troverebbero acqua, pulizia, servizi, ma non lo fanno. Perché? Secondo il coordinamento regionale per gli immigrati, presieduto da Pietro Simonetti, sono «prigionieri» dei caporali che oltre a privarli dei documenti li minacciano di escluderli dal lavoro. È proprio così? La Gazzetta è venuta in possesso di una registrazione audio tra volontari e un caporale (lo chiameremo signor P) che «ospita» nel suo terreno extracomunitari, molti dei quali provenienti dal Burkina Faso, e che controllerebbe diverse zone: da Boreano a Mattinelle, da La Lupara (agro di Montemilone) a La Castellana (Palazzo).

Italiano raffazzonato ed espressioni dialettali condiscono il colloquio con una volontaria giunta sul posto per chiedere di convincere gli immigrati a trasferirsi nel centro di accoglienza. «Ma quelli non ci vanno al campo - tuona il signor P - vengono qui a fare i contratti».

Volontari: «E perché vengono qui?»

P.: «Ho la corrente elettrica. Mi danno qualcosa per pagare la bolletta. Ho fittato la casa, ma vengono anche dal centro per caricare il telefonino. Se non vengono qui devono andare in paese».

V.: «Quanto prendi?»

P.: «Anche cento euro, ma mica un milione. Uno che sta qui tutti i giorni ha diritto a guadagnare qualcosa o no? Io sto a guardare queste persone. Qui è casa mia, devo stare qui».

A un certo punto l’interlocutore si indispettisce di fronte alle domande dei volontari. E tuona: «Uno viene qui e mi fa tante domande un po’ strane, dove uno vuole arrivare? Mi chiedi quanto mi prendo? Ma sai che se non sto qui succede il finimondo? Comunque sì e no prendo 15 euro al giorno e se io chiudo dove vanno a caricare i telefonini? È un servizio che gli offro così, altro che grandi guadagni. Sto qui solo per controllare a questi».

V.: «Ma vengono anche altri immigrati oltre a quelli ai quali hai fittato la casa?

P.: «Qui ci sono sette o otto in quattro stanze. Però arrivano tanti altri che vogliono caricare il telefonino. Metto dei numerini, ma non sto speculando».

V.: «Qualcuno ti accusa di far pagare l’acqua».

P.: «Lo so, è quel comunista lì (cita un nome). Ma io la bottiglia ghiacciata la pago 50 centesimi».

V.: «Il campo di accoglienza è aperto, perché non li convinci ad andare lì?».

P.: «Qui lavorano già da quando vanno a piantare i pomodori. Questi qui si affittano la casa a fine aprile e la tengono fino alla fine di settembre, fino alla raccolta dei pomodori. Vanno e vengono. Apro le cisterne e qui vengono tutti a riempire i bidoni. Quelli che stanno a casa mia dò l’acqua, gli altri non devono venire».

V.: «Al campo l’acqua c’è per tutti...».

P.: «Gliel’ho detto, andate là. Ciao».

V.: «E perché non vanno?».

P.: «Se vanno nel campo le persone che li portano a lavorare non ci vanno».

V.: «Preferiscono vivere in baracche?».

P.: «Uno sa che ha fatto? Ha trovato qui una macchina aperta si è ficcato dentro, ha messo la coperta e le plastiche per ripararsi dal sole. Da qui non se ne vanno. Il loro habitat è questo. Loro sono abituati a vivere così, nelle baracche. Hanno la testa così. Vedono le case abbandonate si ficcano dentro e basta».

V.: «Se riesci a convincerli forse si spostano nel centro. Vivrebbero in una condizione più dignitosa».

P.: «Hanno paura che non li fanno lavorare. Poi mi dicono che non apprezzano il cibo, vogliono arrangiarsi senza pagare un euro».

V.: «Sì, ma l’acqua è fondamentale...».

P.: «Se vogliono aiutarli là sta un pozzo d’acqua potabile, potrebbero mettere una piccola pompa».

V.: «Non lo fanno perché non è legale che queste persone stiano qui».

P.: «Ancora? Da qui non se ne vogliono andare, è questo il loro habitat, sono abituati».

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