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Scorie nucleari, l’esempio francese per scacciare i fantasmi di Scanzano E martedì la mappa dei siti idonei

Scorie nucleari, l’esempio francese per scacciare i fantasmi di Scanzano E martedì la mappa dei siti idonei
di Stefano Boccardi

SOULAINES (Nord-Est della Francia) - «No, ora non sarebbe nemmeno pensabile. Dopo quel che è accaduto quattro anni fa a Fukushima, non c’è un solo Comune della Francia che potrebbe accettare di veder realizzato sul proprio territorio un sito nucleare o anche soltanto un deposito di rifiuti radioattivi come quello che è stato costruito nel mio Comune a pochi chilometri da qui nel 1992. Da allora, anzi dal 1985, quando il governo francese ci impose la sua decisione, qui è cambiato tutto. Allora, eravamo contrari e infatti provammo ad opporci in tutti i modi. Ma oggi abbiamo cambiato idea. E non solo perché non si è mai verificato un minimo incidente o perché le migliaia di analisi chimico-fisiche hanno dimostrato che non c’è stato nessun impatto sfavorevole sul nostro territorio. E non solo perché ogni anno nelle casse del mio Comune, che ha appena 340 abitanti, vengono versati un milione e centomila euro. Certo, i soldi aiutano. Il ristorante dove stiamo pranzando è di proprietà del Comune e lo abbiamo realizzato grazie ai fondi che ci sono stati stornati dall’Andra, l’agenzia nazionale che gestisce il deposito. Ma sono anche altre le ragioni che ci hanno convinti a cambiare idea. Il deposito ha creato occasioni di lavoro. Vent’anni fa Soulaines aveva 250 abitanti, oggi, come dicevo, ne ha 340. La nostra agricoltura è ancora più fiorente di prima. Qui nell’Aube, c’è un centinaio di produttori di Champagne. E il nostro è buono come quello che si produce a molti chilometri da qui. Esattamente come il latte che viene munto dalle nostre vacche. Sì, qui il deposito di rifiuti nucleari a bassa e media attività ha solo portato benefici. Ed è per questo che la nostra associazione dei Comuni, in tutto ne conta 21, sta concertando con l’Andra la realizzazione di un altro deposito di scorie radioattive a bassa e media attività, che poi sarebbe il terzo della Francia, visto che quello “de la Manche” in Normandia, è stracolmo già da tanto tempo».

Il sindaco ideale per la Sogin - Anche a volerlo inventare, non c’è nessuno meglio del 52enne Philippe Dallemagne che possa rappresentare, quasi alla perfezione, gli interessi e gli obiettivi della Sogin, la società per azioni, di proprietà del Ministero dell’Economia, a cui, ormai da anni, lo Stato ha affidato l’incarico di individuare e realizzare il deposito unico di scorie radioattive e che fra due giorni dovrebbe consegnare al governo la liste dei cosiddetti «siti idonei». Dallemagne, esponente di una formazione di centrodestra, dal 2001 è il sindaco di Soulaines (alle ultime amministrative è stato eletto con l’85% dei voti validi) e presiede l’associazione dei Comuni dell’Aube che gravitano intorno al più grande deposito di rifiuti nucleari d’Europa (è destinato a contenerne un milione di metri cubi).

Per la Sogin, questo francese con il faccione sempre sorridente è l’uomo ideale soprattutto per archiviare l’incubo Scanzano Jonico, ovvero per tentare di scacciare i fantasmi che nel 2003 furono alimentati dalla scelta sciagurata (del governo Berlusconi e della stessa Sogin) di individuare e di imporre alle popolazioni lucane (ma anche della vicinissima Puglia) la realizzazione del deposito unico nelle cave di salgemma situate in località Terzo Cavone, praticamente a due passi dal mare.

12 anni dopo Scanzano - In Sogin, da allora, è cambiato (o meglio sembra essere cambiato) molto. E non solo perché alla presidenza non c’è più l’ex alpino, generale Carlo Jean. Certo, oggi un’ipotesi come quella di Scanzano non potrebbe nemmeno essere presa in considerazione. E sì, perché dalla «Carta delle aree potenzialmente idonee», sono state escluse tutte le località che distano meno di 5 chilometri dal mare (e Terzo Cavone, come si diceva, è a due passi dal mare), poi le vulcaniche, le montagnose (più 700 metri), quelle a sismicità elevata e a rischio frane, le fasce fluviali, le zone con una pendenza superiore al 10% e i parchi naturali.Ma in Sogin è cambiato soprattutto l’approccio. Oggi la parola d’ordine è «trasparenza». Oggi il primo obiettivo da raggiungere è «non sbagliare la comunicazione». E così, a tavola, tra un bicchiere di Champagne e un buon piatto francese, c’è il clima ideale per raccontare il nuovo corso. Il cantore è un geologo 60enne, Fabio Chiaravalli, direttore di divisione e parco tecnologico della stessa Sogin.

Il racconto del geologo - Chiaravalli, nuclearista da sempre, ribadisce innanzitutto la «necessità e l’urgenza», da parte dell’Italia, di dotarsi di un deposito, che contenga non solo le scorie radioattive prodotte dalle vecchie e mai smantellate centrali nucleari, ma anche quelle che sono rimaste in altri siti, come il Cemered nei pressi di Taranto o l’Itrec di Trisaia di Rotondella in provincia di Matera, o come, ancora, tutte le altre derivanti dalle attività di medicina nucleare e non solo.In tutto si tratta di 90mila metri cubi di scorie: 75mila a bassa e media attività, per le quali basta un deposito di superficie che abbia le caratteristiche di quello costruito dai francesi a poche centinaia di metri dalle case di Soulaines e dove è sufficiente che trascorrano 300 anni perché non producano più alcun possibile effetto nocivo; e 15mila ad alta attività, per le quali, invece, occorre realizzare un deposito, cosiddetto geologico, quindi in profondità, che deve rimanere pressoché inalterato per almeno qualche millennio (non meno di 10mila anni).

A questo proposito, va detto che, se si esclude quello realizzato dagli Usa nello Utah (il «Waste Isolation Pilot Plant», riservato ai rifiuti radioattivi di produzione militare), nel mondo di depositi geologici in esercizio non v’è uno che sia uno. Non ce l’ha nemmeno la Francia, che pure continua a puntare sul nucleare. E dove, a Bure, una località della Lorena, poco distante dall’Aube, l’Andra, tra mille contestazioni, non è andata oltra la fase di progettazione.

Ma la nostra Sogin non sembra scoraggiarsi. E Chiaravalli ha una risposta «articolata» anche alla domanda più insidiosa: premesso che l’Italia intende prendere spunto dall’esperienza francese e in particolar modo dal deposito di superficie dell’Aube (Chiaravalli & C sono venuti in visita più volte, ora anche in compagnia di un nutrito gruppo di giornalisti), perché quello, per il quale fra due giorni verrà resa nota la lista dei siti idonei non si limiterà, come qui all’Aube, a stoccare in superficie i rifiuti a bassa e media attività, ma anche quelli ad alta attività, che invece dovrebbero finire in un distinto e separato deposito geologico?

La parola magica: «Sicurezza» - La risposta, pur «articolata», si racchiude in una sola parola magica: «sicurezza». Sì, Chiaravalli ribadisce che, «invece di continuare a tenerli nelle vecchie centrali o in tutti gli alti siti in cui si trovano tuttora, è di gran lunga più sicuro stoccare le scorie ad alta attività nelle identiche celle in cemento armato in cui verranno depositati i rifiuti a bassa e media attività». Con due sostanziali differenze: la prima è che per quelle ad alta attività «si tratta di una sistemazione temporanea in attesa che si possano trasferire altrove, preferibilmente in un deposito all’estero»; la seconda è che «gli stessi rifiuti ad alta attività non saranno stoccati nei “moduli” a doppio strato riservati a quelli a bassa e media attività e già più sicuri di quelli usati dai francesi che li lasciano in un apposito fusto, bensì nei cosiddetti “cask”, ovvero in contenitori ancora più sicuri e compattanti».

La promessa: lavoro e ricchezza - Chiaravalli è ottimista e non lo nasconde. Ma basteranno queste sue asserzioni a tranquillizzare e convincere le popolazioni di quei Comuni che tra soli due giorni dovranno, loro malgrado, fare i conti con il fatto di essere stati inseriti nella lista dei siti idonei?«Io ho fatto un sogno - osserva Chiaravalli, quando s’è fatta mezzonotte e ha appena finito di bere una seconda birra in un ristorante nel quartiere latino di Parigi -. Basterebbero due, solo due, manifestazioni di interesse. Basterebbe che due Comuni o due Regioni si dichiarassero non dico pronti ad ospitare il sito ma solo a discuterne. Si metterebbe in moto un meccanismo virtuoso. E sono certo che le nostre parole, supportate dai fatti, riuscirebbero a sciogliere tutti i nodi e a convincere i più dubbiosi».

«Solo per arrivare alla posa della prima pietra - aggiunge - ci siamo dati quattro anni di tempo, che vogliamo utilizzare anche e soprattutto per confrontarci con le popolazioni interessate. Poi ce ne vorranno almeno altrettanti per costruirlo. È bene che si sappia che il deposito porterà lavoro e ricchezza, come nell’Aube. Per la sua realizzazione è stato previsto un investimento di un miliardo e mezzo di euro: 650milioni per la progettazione e costruzione, 150 per la realizzazione del Parco tecnologico e 700 per le infrastrutture interne. Nei quattro-cinque anni che saranno necessari per costruirlo, ci sarà da lavorare per non meno di 1.500 persone e una volta ultimato, nel 2024, saranno almeno 700 gli addetti fissi per altri quaranta-cinquat’anni».

Che dire: se non è il Paradiso, manca poco. Ma è ancora presto, troppo presto, per dire come sarà scritta l’ultima pagina di questa tipica storia all’italiana, i cui narratori si cimentano - tra verità, bugie e mezze verità - da almeno un quarto di secolo.

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