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Il Centro Olio spegne i motori

di LUIGIA IERACE
VIGGIANO - Tra cinque giorni il Centro Olio dell’Eni di Viggiano si fermerà. A partire dalla notte tra il 26 e il 27 gennaio si avvierà lo spegnimento completo della fiaccola, si chiuderanno i pozzi, si fermeranno le attività di produzione di greggio. Insomma nessuna goccia di petrolio uscirà più dal sottosuolo lucano. Per venti giorni
Il Centro Olio spegne i motori
di LUIGIA IERACE

VIGGIANO - Tra cinque giorni il Centro Olio dell’Eni di Viggiano si fermerà. A partire dalla notte tra il 26 e il 27 gennaio si avvierà lo spegnimento completo della fiaccola, si chiuderanno i pozzi, si fermeranno le attività di produzione di greggio. Insomma nessuna goccia di petrolio uscirà più dal sottosuolo lucano. Per venti giorni la produzione nazionale italiana (l’80% della quale proviene dai giacimenti dell’Eni della Val d’Agri) calerà a picco. È la seconda volta che l’impianto viene chiuso dopo la prima fermata straordinaria del 2011 per la manutenzione decennale e per realizzare la quinta linea. Uno stop temporaneo, di circa 20 giorni, che oggi come allora si accompagna a un picco nell’occupazione.

Ne parla, in esclusiva con la Gazzetta, il responsabile del Distretto meridionale dell’Eni, Enrico Trovato.
Perché questa seconda fermata del Centro Olio? «Fermiamo il Cova per le verifiche ispettive e per le operazioni di manutenzione impiantistica, dai compressori, alle turbine, alle linee di produzione. Attività finalizzate anche a progetti di ottimizzazione ambientale. Al tempo stesso avviamo tutte quelle operazioni propedeutiche alla messa in esercizio, i primi di aprile, della quinta linea di trattamento del gas».

Uno stop che muove investimenti e occupazione in Basilicata. Ma in che misura e per quanto tempo? «Sono circa 1.200 le unità impiegate nella fermata, che partirà tra 5 giorni ma che è stata preceduta da due mesi di attività preparatoria, da metà novembre, e che proseguirà per altri due mesi dopo il riavvio del Centro Olio (Cova). Quanto agli investimenti, per la quinta linea sono stati previsti circa 250 milioni di euro. Per la sola fermata circa 35 milioni».

Saranno circa 1.200 nuovi posti di lavoro? «No, oltre 470 sono già occupati delle ditte contrattiste e sub contrattiste, gli altri 720, invece, sono nuovi posti di lavoro aggiuntivi connessi alla fermata».

Quante sono le aziende lucane coinvolte? «L’indotto lucano in questi anni è molto cresciuto e si è qualificato entrando a pieno titolo nella filiera dell’oil&gas. Cosa che gli permette di essere competitivo e di ottenere contratti anche fuori della Basilicata. In particolare su 17 contrattisti coinvolti nella fermata, 11 sono lucani; mentre su 16 subcontrattisti i lucani sono 8».

E quanti sono i lavoratori lucani impiegati? «In tutto gli occupati locali sono il 66% del totale di quelli impiegati nella fermata che comprendono sia il personale dei singoli contrattisti che quello assunto per la stessa fermata. Tra i nuovi posti di lavoro generati dal blocco del Cova, le risorse locali impiegate sono il 47%. Ma va sottolineato che tutte le professionalità necessarie sono state prima cercate in Basilicata tra quanti operano nel settore. Si è poi dovuto far ricorso ad esterni per mancanza di risorse in loco con altissima specializzazione, per saturazione in molti casi di specialisti locali che operano nel settore o per carenza di figure professionali specifiche».

Ma come si è proceduto alla selezione? «Con gare nazionali per i contratti per le opere più importanti e poi integrando i contratti già in essere. Per la ricerca di personale, Eni, in linea con il Contratto “Local Content”, ha indicato di valorizzare i lavoratori locali e non potendo incontrare tutti i cittadini ha scelto di incontrare i loro rappresentanti: i dieci sindaci della Val d’Agri e i singoli contrattisti che operano in Basilicata ai quali ha presentato le proprie esigenze per le attività normali dell’impianto e a quelle di fermata».

I sindaci hanno avuto quindi un ruolo importante? «Proprio in base alle indicazioni avute dal territorio, le ditte coinvolte hanno proceduto alle selezioni del personale locale. Purtroppo in molti casi non si è riusciti a saturare la necessità di personale adeguatamente formato, come, nel caso gruisti, autisti di mezzi per lo smaltimento rifiuti, esperti di automazione e controllo».

Ma tutto questo ha movimentato anche l’indotto indiretto? «Se c’è attività nel nostro settore, il ritorno occupazionale è sempre doppio e gli impatti positivi. La fermata ha portato benefici anche sulle attività alberghiere e di ristorazione. È difficilissimo trovare un posto dove mangiare e dove dormire a Villa d’Agri e nei centri limitrofi».

La fermata porterà anche l’incremento della produzione? «I lavori della quinta linea sono necessari per raggiungere i 104 mila barili di petrolio al giorno già previsti e autorizzati nell’ambito degli accordi Eni-Regione nella fase 1 del Progetto Val d’Agri. Fermata e riavvio consentiranno di ottimizzare l’operatività del giacimento. Chiudiamo con gli attuali 80mila barili di petrolio al giorno, ma alla ripresa ci attesteremo intorno ai 75mila barili. Se non perforiamo i nuovi pozzi già autorizzati, a fatica riusciremo a mantenere la produzione, con conseguenze negative sulla produzione nazionale e sulle royalties, che sono già calate del 10-15% ma che nel 2015 potrebbero scendere del 40% anche per effetto del crollo del prezzo del greggio».

Come si effettuerà tecnicamente la fermata? «La fermata consiste nella chiusura dei pozzi e degli impianti, ma per iniziare le attività manutentive, sarà necessaria una fase transitoria di qualche giorno e che vedrà il possibile ripetersi di episodi di visibilità della fiamma rispetto alle normali condizioni operative nella prima giornata di chiusura dell’impianto. Quando tutto il gas possibile sarà convogliato nella rete Snam, la modesta quantità rimasta negli impianti, impossibile da recuperare, andrà in fiaccola. Ma nessuna preoccupazione per i cittadini. È tutto programmato e monitorato».

Insomma, ancora fiammate, ma quali saranno le ripercussioni sull’ambiente? «Per questo Eni vuole tranquillizzare i cittadini. Come nel 2011 non ci sarà alcun impatto sull’ambiente circostante come del resto per tutte le nostre attività. Anche per il pozzo di reiniezione Costa Molina 2, di cui si parla tanto, studi scientifici e analisi commissionate da Eni hanno escluso che le acque affioranti a contrada la Rossa abbiano provenienza petrolifera. Vale la pena di ribadire che ogni attività di Eni è gestita nel rispetto della normativa comunitaria e nazionale per il controllo delle sorgenti naturali delle radiazioni e tutti i dati certificati non hanno mai evidenziato alcuna anomalia e i valori registrati non hanno mai superato i limiti assoggettati alla disciplina per lo smaltimento dei rifiuti».

Per concludere, cosa succederà tra circa un mese, quando si tornerà a estrarre il greggio? «Il Cova si confermerà uno degli impianti più efficienti e che utilizza le migliori tecnologie ad oggi disponibili nel mondo. E questo avviene in Basilicata. È una realtà sfidante. Eni vorrebbe far capire a tutti che petrolio e ambiente possono convivere e che l’attività petrolifera si può fare senza alcun effetto negativo, ma con benefici sul territorio» .

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