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Giovedì 19 Aprile 2018 | 13:32

Nata nel 1892, chiude Cementi della Lucania

di LUIGIA IERACE
POTENZA - Chiude una delle aziende più antiche dell’intero Mezzogiorno: la Cementi della Lucania dal 1892, anno in cui venne fondata da Michele Marroccoli. Da allora ben quattro generazioni sono passate nella cementeria. Ma dal 27 ottobre questa storia si è interrotta. Lo ha deciso il consiglio di amministrazione della società che ha deliberato per la sospensione delle attività. Nei prossimi giorni sarà ufficializzata la procedura di messa in mobilità dei lavoratori
Nata nel 1892, chiude Cementi della Lucania
di Luigia Ierace

POTENZA - Chiude una delle aziende più antiche dell’intero Mezzogiorno: la Cementi della Lucania dal 1892, anno in cui venne fondata da Michele Marroccoli. Da allora ben quattro generazioni sono passate nella cementeria. Ma dal 27 ottobre questa storia si è interrotta. Lo ha deciso il consiglio di amministrazione della società che ha deliberato per la sospensione delle attività. Nei prossimi giorni sarà ufficializzata la procedura di messa in mobilità dei lavoratori. Non c’è alcun dubbio al termine dell’incontro tenuto ieri, a Potenza, nella sede di Confindustria Basilicata, tra l’azienda, le parti sindacali e datoriali. E così dopo circa 3 anni di ricorso agli ammortizzatori sociali, per la società non ci sarebbe più convenienza economica per continuare l’attività. Le parti si sono, quindi, aggiornate al 5 novembre per un nuovo incontro in cui saranno formalizzate le procedure di messa in mobilità che dovrebbero scattare dal primo dicembre per 51 lavoratori, già in cassa integrazione da giugno. Da allora si è continuato a sperare in una ripresa, ma, alla fine, non c’è stato nulla da fare. La situazione debitoria dell’azienda, nonostante la presenza di numerosi crediti, difficilmente esigibili da aziende fallite o in gravi difficoltà, unito al grave crollo del mercato e dei prezzi, infatti, hanno portato l’azienda alla decisione di chiudere i battenti.

«Per la Cementi della Lucania, come tante altre piccole aziende del settore - ha ribadito Michele Marroccoli, uno dei titolari della società - nessuna possibilità di andare avanti. Non riuscivano più a stare sul mercato. Una situazione legata alla crisi del settore dell’edilizia. Producendo cemento ci siamo trovati a fronteggiare una flessione di oltre il 60%. Non si prevede di ripartire a breve termine, ma la strada della mobilità ci consente di far godere ai lavoratori degli ammortizzatori sociali, senza, comunque, precluderci la possibilità di ripartire quando le condizioni di mercato lo consentiranno di nuovo».

Per ora nessun indugio, a fronte di un quadro che non lascia intravvedere segnali positivi sulla produzione. La crisi nello stabilimento di contrada Lavangone, nei pressi del PalaBasento, tra Potenza e Avigliano, è iniziata nel 2008, con la perdita di volumi di vendita. «Tutto nasce dai patti di stabilità - spiega l’ingegnere Marroccoli - con molti clienti che hanno fornito calestruzzi a enti pubblici, poi altre commesse e pagamenti mancati. Una crisi economica ma anche morale. Chiunque si sente in dovere di non pagare. E alla fine rimarranno solo le multinazionali, che riescono a reggere grazie anche a mercati esteri, e chi lavora oltre i margini della legalità». Qualche numero per comprendere la crisi del settore. «Qualche anno fa, i nostri fatturati - continua Marroccoli - erano sull’ordine di 12-13 milioni euro, che poi si sono dimezzati. Si è andati avanti fin quando si è potuto. Poi i volumi sono calati oltre il minimo vitale, i costi di produzione sono lievitati e non riusciamo più a reggere il mercato. Abbiamo anche una partecipazione di Italcementi, nella società, ma anche questo non è riuscito a salvarci».

È una crisi diffusa. Nel 2006 in Italia si producevano 46 milioni di tonnellate di cemento, quest’anno meno di 20 milioni. E in questo contesto che arriva la decisione di chiudere. Una decisione che pesa e non solo dal punto di vista societario, ma soprattutto da quello umano. «Siamo molto addolorati - continua l’imprenditore - è una scelta molto sofferta dover chiudere un’azienda storica. La fondò mio nonno Michele a Bari, poi mio padre Oreste e mio zio Gugliemo hanno avviato quella di Potenza». Alla quarta generazione, nel 2014, la storia si interrompe. E il futuro? «la società vuole essere pronta ancora una volta a cavalcare l’onda giusta... ». Sono le parole con cui si chiude sul sito la presentazione dell’azienda. Ma ora il futuro è uno stop alla produzione.

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