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Potenza

Per vedere la figlia
subiva atti morbosi

Per vedere la figlia subiva atti morbosi

di Giovanni Rivelli

Costretta a subire violenza sessuale per poter vedere la propria figlioletta. È la storia raccontata ieri in tribunale da una donna non italiana residente in un popoloso centro della Val d’Agri, nel processo a carico di quello che un tempo era il suo compagno e con cui aveva anche avuto una bambina.

Una storia come tante, all’inizio. Lei, giovane e bella, arriva in Italia alla ricerca di un lavoro lo trova e, sola e desiderosa anche di una normalità, inizia anche a frequentare persone. Così le capita di conoscere un uomo del posto con cui inizia anche a condividere una relazione. Da quell’amore, senza che il legame sia mai stato formalizzato nasce una bambina.

La bimba, tuttavia, non ha una vita facile, come dle resto i suoi genitori. Pochi soldi e tanto lavoro e la pargoletta è accudita dai nonni paterni con cui vive. Ma fin qui poco male.

I problemi si iniziano a verificare quando tra i genitori iniziano problemi. La relazione si interrompe, ma l’uomo non avrebbe accettato la cosa. Un allontanamento sarebbe stato più semplice ma per la donna non era possibile:da mamma non poteva abbandonare la figlia e la bimba viveva a casa dei genitori. Così, racconta la donna assistita dall’avvocato Giuseppe Molinari, quando si recava in visita dalla bimba l’uomo l’attendeva e le saltava addosso.

«In più occasioni - è la contestazione che lo ha visto finire a processo - sia con la violenza consistita nell’uso dell’energia fisica, sia con minacce costringeva la donna a subire atti sessuali consistiti nel palpeggiamento delle parti intime». L’uomo, stando alle accuse, le avrebbe detto esplicitamente frasi del tipo «puttana, zoccola, se non stai con me io non ti faccio vivere più e non ti faccio vedere la bambina» e l’avrebbe anche minacciata di morte. Frasi del tipo «sei una madre snaturata», «ti ammazzo, ti vengo a trovare a casa e ti butto giù la porta». o «se ti trovo in mezzo alla strada di metto sotto la macchina». Frasi e offese ripeturte al telefono ma nons olo. Una volta incontrando la donna in mezzo alla strada l’avrebbe minacciata di persona: «tanto ti vengo a trovare anche a casa» e giù una scarica di epiteti. Un raconto che ieri la donna ha fatto a porte chiuse in aula, dove è stata sentita dal collegio penale presieduto da Aldo Gubitosi e composto da Francesco Rossini e Rosaria De Lucia.

L’udienza di ieri prevedeva anche l’ascolto del compagno, imputato nel procedimento e assistitio dall’avvocato Giuseppe Malta, ma l’uomo non era presente in aula e sarà, con ogni probabilità, sentito nelle prossime udienze.

Oggi, da quei fatti, di tempo ne è passato. E di quell’amore poi tramutato in rabbia resta un processo. E, cosa più importante, una bambina. che ha diritto di ricevere l’affetto di padre e madre. Senza alcuna condizione.

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