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Domenica 22 Aprile 2018 | 07:02

caso claps

Non trovò il dna di Restivo
Scatta la prescrizione per Pascali

L'omicidio di una ragazza consumato nel 1993, indagini «discutibili» che non portarono a nulla, finché nel 2010 il corpo di Elisa fu ritrovato nel sottotetto della chiesa matrice di Potenza. E un «esperto di fama mondiale» che non riesce a trovare tracce di quello che grazie ad altri sarebbe stato condannato per l'omicidio. Oggi la prescrizione di quella perizia falsa. La mamma e il fratello di Elisa: «Il nostro dolore non si prescrive»

Vincenzo Pascali

Vincenzo Pascali

Gildo Claps *

Dodici settembre 1993, Elisa Claps viene inghiottita nel buio in una calda domenica settembrina. 17 marzo 2010, il cadavere di Elisa viene ritrovato nel sottotetto della Chiesa della Trinità a Potenza. Si avviano le operazioni peritali su tutto il materiale ritrovato sulla scena del crimine e al prof. Pascali viene conferita una delle perizie più delicate, ricercare profili genetici sui reperti messi a sua disposizione al fine di individuare, se possibile, il DNA del principale sospettato dell’omicidio di Elisa, Danilo Restivo in quel momento detenuto nel Regno Unito per l’omicidio della sarta inglese Heather Barnett.

Dodici aprile 2018, alle ore 9 è fissata l’udienza del processo in Corte di Appello, a Salerno, nei confronti del prof. Vincenzo Pascali, genetista di fama mondiale, che ricorre avverso la sentenza di primo grado che lo ha condannato per falso in perizia. Con mio fratello passiamo a prendere mamma Filomena, 81 anni di cui gli ultimi 25 spesi a cercare la verità su sua figlia, sempre più minuta, affaticata eppure ancora con quella scintilla negli occhi di chi non si arrende. Varchiamo l’ingresso del Tribunale, procediamo spediti verso la scala che ci porta alle aule d’udienza, ormai conosciamo ogni angolo di quel palazzo, provo a fare un calcolo delle volte in cui ci sono entrato ma è impossibile.

Mamma viene subito circondata dall’affetto dei tanti che la riconoscono, un maresciallo dei carabinieri l’avvolge tra le braccia e lei sembra sparire tra le pieghe della divisa. Sulla porta dell’aula A è affisso il calendario delle udienze del giorno, sono “solo” 20, la nostra è la n°9. Di fianco una locandina che annuncia un’agitazione degli avvocati per i prossimi giorni, si lamenta principalmente l’impossibilità di amministrare la giustizia per il numero sproporzionato di processi per singola udienza, sembra messa di proposito o forse è la crudele ironia del destino.

Entra la Corte, tutti in piedi in ossequio alla liturgia processuale, dietro lo scranno del Presidente campeggia la scritta “la legge è uguale per tutti”, mi suggerisce il nostro avvocato che ancora non si è provveduto a sostituirla con quella nuova, “La giustizia è amministrata in nome del Popolo”. Il Presidente sottolinea con una certa impazienza che i processi da discutere sono tanti e raccomanda tanto agli avvocati difensori quanto all’accusa di limitarsi nella discussione alle questioni essenziali e di non attardarsi in speciose quanto inutili questioni. Gli avvocati di Pascali chiedono la parola e fanno presente che la loro difesa, per la delicatezza e la complessità del caso, richiede necessariamente tempi più lunghi. Dopo un breve conciliabolo la Corte decide che il caso sarà trattato per ultimo, dal 9° posto scivoliamo al 20° senza nemmeno aver iniziato.

Ci prepariamo alla snervante attesa, in 25 anni non è la prima, siamo assuefatti anche a questo. Ogni tanto entro in aula dove in numeri di procedimento affissi sulla porta si trasformano in persone, si dipanano storie, s’incrociano destini e si consumano drammi. Due medici imputati di omicidio colposo e subito dopo un detenuto condotto in aula dagli agenti di Polizia Penitenziaria e accusato del furto aggravato di 4 bottiglie di champagne; immagino che non sia in custodia per quel reato ma ho smesso di sorprendermi frequentando le aule giudiziarie. Incuriosito indugio in aula, pochi scambi tra accusa e difesa, il Presidente che chiede all’imputato se almeno le ha bevute tutte quelle bottiglie, infine la pronuncia che ogni imputato colpevole vorrebbe sentire, il reato è prescritto, avanti un altro, la giornata è lunga e i processi sono tanti. Esco dall’aula con la sensazione di avere assistito ad una rappresentazione teatrale appena mediocre.

L’orologio sulla parete segna l’una, tocca a noi, e poi qualcuno ha il coraggio di lamentarsi sulla lentezza dei tempi della giustizia, 19 processi di appello discussi in meno di 4 ore, mica male.

Entriamo ma la Corte c’informa che ha bisogno di una pausa, ci danno appuntamento di lì a mezz’ora ma rientrano solo alle 14.30, avranno pranzato nel frattempo, noi siamo ormai immuni a queste esigenze terrene. La difesa di Pascali prende la parola in via preliminare e nomina la parola magica, prescrizione. Scambio concitato tra le parti, obiezioni del nostro avvocato sulla decorrenza dei termini, il Presidente taglia corto ordinando che si dia inizio alla discussione, sulla prescrizione ci sarà modo di approfondire.

Il Procuratore Generale, memore delle raccomandazioni del Presidente di essere sintetici, la celerità nella Giustizia è tutto, apre la discussione ripercorrendo rapidamente le tappe che hanno portato alla condanna in primo grado di Pascali. Evidenzia l’enormità delle incongruenze della sua perizia, le mille versioni diverse che ha dato in dibattimento cercando di giustificare, ritrattando, quanto aveva scritto e conclude chiedendo la conferma della condanna in appello.

Il nostro avvocato di parte civile enfatizza i punti essenziali della perizia depositata sottolineando come il solo fatto di non aver esaminato la maglia indossata da Elisa, la stessa su cui i RIS di Parma troveranno poi il DNA dell’assassino, sarebbe sufficiente a provare la colpevolezza di Pascali.

Prende la parola la difesa, si attarda sulla professionalità del prof. Pascali, sull’autorevolezza dei periti di parte che hanno deposto in suo favore nel processo di primo grado e infine solleva alla Corte l’obiezione rispetto alla nostra presenza in veste di parte civile nel processo. Non intravede la difesa, il motivo per cui noi dovremmo sentirci danneggiati dalla perizia del prof Pascali.

Certo, il fatto che la sua perizia abbia comportato un ritardo nello svolgimento delle indagini nella fase più delicata della raccolta delle prove non conta; il fatto che siano trascorsi mesi prima che fosse dato il nuovo incarico ai RIS, non conta, che si è corso il rischio di perdere la prova regina che incastrava finalmente l’assassino di Elisa dopo 17 lunghissimi anni è del tutto irrilevante, ma sono tutte obiezioni che non trovano il tempo di essere sollevate, la giustizia deve correre in fretta.

Sono quasi le 18.00, la Corte si ritira in camera di consiglio, inizia una nuova spossante attesa.

Restiamo in aula, non c’è più nessuno, i lunghi corridoi del Tribunale sono ormai deserti. Potremmo andarcene e aspettare poi di avere notizie dal nostro avvocato ma mamma è determinata a restare fino alla fine come ha sempre fatto in ogni processo. Sono quasi le 8 di sera quando un commesso del Tribunale ci avverte che i giudici non usciranno in aula a leggere la sentenza. C’invita ad accomodarci in cancelleria dove ci sono altri avvocati che sono passati a ritirare i dispositivi delle sentenze. La Giustizia amministrata in nome del Popolo viene comunicata con la consegna di copia del dispositivo. Lo raccogliamo dalle mani del commesso, poche righe: “la corte dichiara di non doversi procedere nei confronti dell’appellante in ordine al reato di cui all’art 373 c.p. e ritenuto in sentenza perché estinto per intervenuta prescrizione”.

Giustizia è fatta, il prof. Pascali è colpevole ma grazie alla celerità dei nostri Tribunali, potrà tornare ad essere lo stimato luminare che tutti apprezzano.

Provo a cercare tra le pagine del codice i termini di prescrizione al nostro dolore, in 25 anni sarà ben prescritto, sfoglio ma non li trovo, sarà una disattenzione del nostro legislatore. [* fratello di Elisa Claps]

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