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Sabato 21 Aprile 2018 | 19:35

Il destino della Puglia legato al doppio binario che non c'è

Il destino della Puglia legato al doppio binario che non c'è

di FRANCO GIULIANO

BARI - Adesso, dopo la strage su quel «binario unico», assisteremo ancora per qualche giorno alla solita, ennesima vetrina della politica. I nostri parlamentari si ricorderanno nuovamente delle infrastrutture che mancano al Sud, il governo annuncerà finanziamenti sulla carta (che la burocrazia bloccherà), i governatori delle altre Regioni più fortunate sul piano dei trasporti ferroviari scriveranno i loro tweet di solidarietà. Anche la Regione Molise che da anni blocca il raddoppio dell’unico tratto (32 km da Termoli a Lesina) sulla dorsale Adriatica, rallentando lo sviluppo delle regioni interessate, cercherà di spiegarci di essere vittima della stessa cattiva politica.

Anche le inchieste (della magistratura e del ministero) potrebbero alla fine stabilire che la causa della tragedia in Puglia non è da attribuire al solo binario unico: in Italia - dicono gli esperti e lo stesso ministro Delrio - esistono circa 12mila km (9 delle Fs) di rete ad un unico binario.

Insomma, tra qualche anno scopriremo che la responsabilità morale non sarà di nessuno: così il Sud, che contribuisce alla realizzazione delle infrastrutture per l’Alta Velocità del Nord continuerà a raccontare dei suoi ritardi e la Gazzetta a scrivere ancora della battaglia «per avere anche sulla dorsale Adriatica treni e infrastrutture veloci come nel resto del Paese ».

Una linea ferroviaria, quella da Lecce a Bologna, a doppio binario tranne che nel tratto Lesina-Termoli (35 km), che rimane ancora a binario unico, dove i treni viaggiano ad una velocità media di 115 km/h, rispetto ai 200 km/h (con punte di 300) delle linee del nord. La nostra battaglia, che in questi anni ha registrato il coinvolgimento di cinque governatori (Puglia, Molise, Abruzzo, Basilicata e Friuli Venezia Giulia) e le promesse dei ministri che si sono succeduti, ha l’obiettivo di sollecitare il governo al miglioramento ed alla velocizzazione dell’infrastruttra ferroviaria sulla direttrice Lecce-Milano a partire dall’eliminazione della strozzatura costituita dal binario unico nel tratto tra Termoli e Lesina.

E’ vero: si tratta di un progetto, quello dell’AV, che richiederebbe risorse finanziarie enormi e tempi lunghissimi. Ma non per questo non è legittimo escludere l’ipotesi che anche i nostri figli un giorno possano viaggiare alla stessa velocità dei loro coetanei del Nord.

Dopo anni di mobilitazione l’unico risultato, nei mesi scorsi, è stata la restituzione del «Frecciarossa» da Milano a Bari e, da giugno, col nuovo orario estivo delle Fs, il suo prolungamento fino a Lecce, nei soli giorni di sabato e domenica.

In questi due soli giorni a settimana il «supertreno» raggiunge il capoluogo salentino, in orari che però ci sembrano lontani dalle esigenze della maggioranza di coloro che solitamente utilizzano questo servizio (turisti, lavoratori, studenti ecc.).

Il convoglio, infatti, il sabato e la domenica parte da Milano alle 6 del mattino, ora in cui nella città meneghina metropolitane e mezzi pubblici non sono ancora disponibili per poter raggiungere agevolmente la stazione centrale, e arriva a Lecce poco dopo le 14. Da qui riparte alle 15.40 per giungere nel capoluogo lombardo alle 23.50, praticamente a notte fonda.

E’ dunque sufficiente un ritardo di poco più di mezz'ora per arrivare a Milano, anche in questo caso, in un orario di pressoché totale indisponibilità di mezzi pubblici.

Nei restanti giorni, ovvero dal lunedì al venerdì, restano validi gli orari invernali, senza la partenza o l'arrivo a Lecce.
L'impressione è che certe decisioni siano fatte apposta per dimostrare che in Puglia e al Sud non ci sia mercato per collegamenti di qualità, o comunque che il gioco di poker tra Ministeri, Ferrovie e Regioni abbia comportato che a rimetterci siano sempre i cittadini meridionali.

Ma anche con questo regalo il destino della Puglia, ancora una volta, è legato al «binario che non c’è»: ieri a quei 150 km da Bari a Lecce, oggi ai restanti 35 km, sempre di doppio binario mancante, tra Termoli (in Molise) e Lesina, sul territorio pugliese.
Cinquanta anni di battaglie (anche in quel caso della Gazzetta) per realizzare il raddoppio ferroviario Bari-Lecce che sarebbe servito - si è detto negli anni - per velocizzare e migliorare il trasporto su ferro (passeggeri e merci) sull’intera direttrice ferroviaria Adriatica: da Lecce a Bologna (800 km) e, dunque, da e verso l’Europa.

E invece no: dopo 50 anni, lungo la tratta Adriatica, i treni che vanno su e giù ancora oggi devono fermarsi all'altezza di Termoli (se provengono da Nord) o alla stazione di Lesina (quelli che arrivano da Sud) perché in quel tratto la ferrovia realizzata nel lontano 1870 ha ancora un «binario unico», come in un vecchio «film western».

Così mentre l'Italia viaggia oramai su comodi treni super-veloci, lungo i binari dell'Alta velocità (costo medio 35 milioni di euro a km), sulla linea ferroviaria che collega il Nord con il Sud (quello stesso Sud per il quale tutti governi dall’Unità d’Italia in poi hanno promesso interventi e sviluppo), i treni sono costretti a fermarsi per lasciar passare convogli che arrivano in senso contrario.
Una storia fantozziana anche per le ragioni che ostacolerebbero il progetto di raddoppio di quella restante bretella: i cespugli di macchia mediterranea (ormai quasi scomparsa, ci diceva proprio ieri un Lettore al telefono da quella regione) per l’aspetto ambientale/culturale e soprattutto l’attraversamento di Campomarino (comune di 5mila anime in provincia di Campobasso) per l’opposizione della Regione Molise.

Superato il primo scoglio con l’approvazione di un nuovo progetto, che ha anche comportato una lievitazione dei costi, la Regione Molise ha avanzato nuove richieste che richiederebbero il riavvio ex novo dell’iter progettuale e la realizzazione di lunghe e complesse gallerie, che accrescerebbero in modo spropositato il costo finale dell’opera e che paradossalmente priverebbero quel comune della propria stazione.

Da anni raccontiamo queste storie: i Frecciarossa in orari scomodi e solo nei week-end, il taglio degli Intercity e dei treni Notte, il progetto del raddoppio Termoli-Lesina bloccato nei cassetti del ministero delle Infrastrutture con l’alibi dell’opposizione del Molise. E ora la conta delle vittime: a pagare ancora una volta è il Sud.

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