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Predicatore ferma massacro in carcere Rio

30 detenuti sono stati uccisi e i corpi mutilati e carbonizzati. Ucciso Marco Antonio Borgati, guardia carceraria d'origini italiane. A fermarli il pastore Marcos Pereira da Silva
SAN PAOLO - Nuova carneficina in un penitenziario brasiliano. Almeno 30 sono i cadaveri carbonizzati o orribilmente mutilati trovati oggi dalle forze dell'ordine nel penitenziario di Benfica, alla periferia di Rio de Janeiro, alla fine di una ribellione durata 62 ore e risolta dal predicatore di una setta evangelica.
I detenuti feriti sono una quindicina. Le stesse guardie di custodia hanno denunciato il fatto che l'istituto penale, inaugurato appena tre mesi fa, sarebbe stato costruito con materiali scadenti e pareti troppo sottili in una posizione inadeguata. Tutti fattori che avrebbero spianato la strada alla nuova strage carceraria dopo quella di 111 detenuti nel carcere del Carandirù(San Paolo) nel 1992 e quella più recente(27 morti alla fine del 2001) nel penitenziario Urso Branco, nello stato amazzonico di Rondonia.
Un tentativo di evasione, sabato scorso, aveva dato il via alla rivolta. Una ventina di detenuti era riuscita a scappare attraverso buchi scavati rapidamente, a picconate, nelle pareti, malgrado le assicurazioni delle autorità carioca che il carcere fosse stato costruito con placche di acciaio imbottite nei muri.
In quel momento nel carcere erano ospitati 900 detenuti.
Bloccata l'evasione, i detenuti rimasti dentro si sono impossessati di pistole e fucili facendo 22 ostaggi fra agenti di custodia e visitatori.
E' in quelle prime ore che probabilmente è avvenuto il massacro. Detenuti del Comando Vermelho, il più poderoso raggruppamento di trafficanti di droga delle favelas di Rio, hanno affrontato i rivali di nuove sigle, quali l'Ada (Amigos dos Amigos) e del TC (Terceiro Comando). Ma nulla di queste esecuzioni sommarie con decapitazioni e roghi è trapelata all'esterno sino ad oggi.
La violenza dei rivoltosi è emersa solo domenica quando hanno ucciso a bruciapelo una guardia carceraria di origine italiana, Marco Antonio Borgati, 43 anni. Gli hanno sparato con una spingarda alla schiena sotto gli occhi dei negoziatori.
I detenuti hanno chiesto il trasferimento in massa (almeno 170 detenuti) delle varie fazioni in lotta in differenti penitenziari, «per non mescolare acqua con olio» come ha detto uno dei negoziatori. Ma la trattativa si è arenata mentre si scatenava la reazione di diverse Ong per i diritti umani alle quali le squadre speciali della polizia hanno impedito sino alla fine di entrare nel carcere.
Ad evitare un massacro maggiore è arrivato a questo punto un pastore evangelico molto conosciuto e rispettato in tutti gli istituti penali di Rio, che in poche ore ha ottenuto la fine della rivolta e la liberazione di tutti gli ostaggi. Ex maitre di un ristorante di Copacabana, il pastore Marcos Pereira da Silva, ha fondato otto anni fa una setta chiamata «Assembleia de Deus dos Ultimos Dias» che predica la nacessità di non possedere nulla che possa creare invidia. Nel suo tempio sulle alture di Rio vivono migliaia di sbandati ed ex malviventi raccolti spesso all'uscita degli istituti di pena. «Io posso entrare dove la polizia non entra», si vanta Pereira da Silva che negli ultimi due anni ha fatto con successo da mediatore in una mezza dozzina di rivolte carcerarie.
La strage del penitenziario di Benfica rivela una volta di più lo stato di emergenza in cui si dibatte cronicamente il sistema carcerario brasiliano. Un gruppo armato ha liberato ieri il proprio capo ed altri 166 detenuti in un'operazione spettacolare contro una casa di custodia di San Paolo.
L'esercito brasiliano, chiamato a pattugliare le strade di Rio dopo un'impennata della violenza registrata il mese scorso con vere e proprie guerre campali fra trafficanti di diverse favelas, si prepara adesso ad una prima azione congiunta con la polizia per disarmare i gruppi che controllano le principali baraccopoli della città «maravilhosa». Il ministro della giustizia brasiliano Marcio Thomaz Bastos ha rivolto un appello alle autorità locali a «lavorare con intelligenza per smontare i gruppi criminali che lavorano tanto dentro quanto fuori delle celle, senza timore di applicare la repressione dura che sia necessaria».
Oliviero Pluviano

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