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Martedì 17 Ottobre 2017 | 17:06

Accordo fatto per la pace in Sudan

Ci vorranno almeno tre mesi per definire modalità esecutive (soprattutto i termini precisi del cessate il fuoco). E' dato per scontato l'arrivo di un forte contingente di caschi blu dell'Onu
NAIROBI - L'accordo politico globale sul Sudan, dopo due anni di serratissimi negoziati in Kenya, e con una lunga suspence finale - la firma prevista alle 13 di ieri locali (le 12 in Italia), è scivolata fino alle 23 - è fatto: ora deve divenire pace. Ma la strada è più che pavimentata. Ci vorranno almeno tre mesi per definire modalità esecutive (soprattutto i termini precisi di un cessate il fuoco finale) e modulazione dei controlli militari e politici sia internazionali - è dato per scontato l'arrivo di un forte contingente di caschi blu dell'Onu - che regionali. Così come occorrerà verificare l'accettazione sul campo dell'accordo: si temono colpi di coda da parte di gruppi relativamente minori che sono rimasti fuori dal negoziato, così come irrigidimenti politici dei più "duri" del governo islamico di Khartoum. Ma, soprattutto, occorrerà - lo segnalano l'Onu e tutte le cancellerie, in margine al plauso per l'intesa infine raggiunta - che il bubbone del Darfur sia inciso in profondità, e ne venga fatto uscire il pus. Nella regione occidentale sudanese è in corso la peggiore crisi umanitaria degli ultimi anni: forse 20.000 morti ed oltre un milione di profughi, con lo spettro di una vera e propria pulizia etnica da parte delle milizie arabe nei confronti delle popolazioni locali, nere ed animiste. Il Darfur non faceva parte del negoziato tra governo di Khartoum (Nord, etnia araba e bianca, religione musulmana) ed indipendentisti del Sud, neri ed animisti; ma l'accordo di ieri, secondo tutte le indicazioni e speranze, dovrebbe facilitare la decantazione di quel dramma.
Infine, fonti concordi segnalano che è lecito prevedere la formalizzazione definitiva della pace tra fine agosto e settembre; i più ottimisti parlano addirittura di luglio: improbabile. La firma è attesa a Washington, la capitale del Paese che più si è speso per il raggiungimento dell'intesa; anche se per motivi di cortesia dovrebbe essere preceduta di qualche giorno da un'analoga cerimonia in Kenya, che oltre che ospitare ha mediato (con l'Igad, organismo che raccoglie i paesi regionali, ed in cabina di regia, oltre a quella Usa, le cancellerie italiana, britannica e norvegese) i due drammatici anni di negoziato.
Comunque, appare di fatto certo che la più lunga guerra civile africana - 21 anni - nel paese più esteso del continente, e dopo due milioni di morti, può ormai dirsi conclusa.
I punti centrali dell'intesa finale prevedono: sei anni e mezzo di transizione, con governo unitario; non applicabilità della Sharia, la legge islamica, nel Sud, e sua modulazione speciale per i non musulmani a Khartoum, che comunque resterà capitale durante la transizione; divisione grosso modo al 50% dei proventi petroliferi (il Sudan galleggia sull'oro nero, i cui giacimenti sono finora sfruttati solo in minima parte); statuti speciali per le tre regioni geograficamente al Nord ma politicamente collegate agli indipendenstisti del Sud (Nilo Azzurro Meridionale, Monti Nuba ed Abyei); precise indicazioni sul posizionamento delle truppe (l'esercito non sarà unificato, o lo sarà solo in minima parte) nel Paese.
Per quanto riguarda la bilancia del poteri, il presidente sarà espressione del Nord, secondo ogni evidenza resterà quello attuale, Omar Hassan al-Bashir; primo vicepresidente un esponente del Sud, previsto il leader indipendentista John Garang, a cui però non andranno tutti i poteri in caso di "vacatio" presidenziale; quindi un altro vicepresidente, anche espressione di Khartoum, che dovrebbe essere Ali Osman Moha Taha, che ha già tale carica nel governo di Khartoum. La bilancia politica prevede una rappresentatività di circa il 67% al Nord, il resto al Sud. Diversa invece nelle tre regioni speciali: 55 al Nord, 45 al Sud, mentre il ruolo di Governatore sarà a rotazione, cambiando ogni 18 mesi.
Centrale poi l'accordo sul referendum: alla fine della transizione (a metà della quale sono previste anche libere elezioni) le popolazioni del Sud potranno decidere se dar vita ad uno Stato federale, o optare per la piena indipendenza. Al tempo stesso le tre regioni "speciali" voteranno per decidere se vogliono stare al Nord o al Sud.
Garan e Taha sono stati i protagonisti della fase finale negoziale, iniziata lo scorso settembre. «Nove mesi è quanto il Signore prevede per una nascita nei tempi giusti, poi però bisogna far crescere il bambino», ha detto, fra l'altro, ieri notte dopo la firma avvenuta a Naivasha, splendida località lacustre vicino a Nairobi, il leader degli indipendentisti. Che ha anche tenuto a ringraziare l'Italia per il ruolo svolto. Intorno, intanto, era tutto un giubilo di canti e di danze. E tutti si auguravano che portassero fortuna al "neonato", e - soprattutto - ai bimbi del Darfur.
Luciano Causa

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