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Martedì 17 Ottobre 2017 | 16:46

Iraq - Bush non convince né l'America né gli alleati

Sulla bozza di risoluzione presentata all'Onu scettico il premier francese Chirac. A Nassiriya avvicendamento di reparti nel contingente italiano. Per lo scandalo delle torture inflitte dai soldati americani ai prigionieri iracheni, rimossi due generali
WASHINGTON - Il presidente George W. Bush non mobilita l'America, che continua a decretargli un indice di gradimento negativo. E non convince il mondo, che accoglie con prudenza, e qualche freddezza, il suo piano in cinque punti per la democrazia in Iraq.
Bush non soddisfa neppure gli iracheni, quelli addomesticati del Consiglio governativo provvisorio: s'aspettavano di più, in termini di trasferimento dei poteri e di restituzione della sovranità.
Un anno e passa fa, il 1° maggio 2003, il discorso del presidente sulla portaerei Lincoln, quando annunciò, prematuramente, la fine dei «maggiori combattimenti» in Iraq, era stato salutato da un grande striscione con la scritta "Missione compiuta".
Questa volta, se l'obiettivo era di galvanizzare l'America e i partner, lo striscione dovrebbe essere "Missione fallita".
Intitolata a Jim Thorpe, eroe pellerossa delle Olimpiadi 1912, la palestra un po' tetra della Scuola di Guerra dell'Esercito di Carlisle in Pennsylvania non era, però, il posto adatto agli striscioni.
Dal punto di vista della comunicazione, tutto pareva sbagliato: la scelta della Scuola di Guerra per un discorso che doveva marcare il crinale "tra speranza e tragedia"; il pubblico, disciplinato ma non entusiasta, di soli ufficiali, dove le poche signore non facevano neppure macchia di colore; il fondale blu monotono, su cui si perdeva la cravatta di Bush.
Anche l'idea di affidare all'annuncio della costruzione di una nuova prigione il simbolo della libertà dell'Iraq non sembra felice. Da Baghdad, la risposta è: «Il problema non è il carcere, ma chi ci lavora dentro», che siano aguzzini del deposto regime o militari americani incattiviti e male addestrati.
Del resto, quello del presidente era solo un discorso: l'avvio di una campagna «ambiziosa» d'opinione pubblica che proseguirà, con altri discorsi, nelle prossime settimane.
Le cose vere, la preparazione del passaggio di poteri il 30 giugno e delle elezioni del gennaio 2005, la stabilizzazione, la ricostruzione, la democratizzazione, tutto ciò va avanti sul terreno e nei palazzi della diplomazia.

LE REAZIONI NELLE CAPITALI
I cinque passi di Bush e la bozza di risoluzione vengono accolte in modo diverso.
La Gran Bretagna è co-firmataria del testo, ma insiste sulla sovranità degli iracheni, che dovranno avere - dice Londra - «diritto di veto» sulle operazioni militari.
Australia e Giappone, Paesi della coalizione, appoggiano le iniziative. L'Italia fa sapere di essere coinvolta nelle consultazioni, anche se non siede nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu.
A Berlino, il ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer parla della bozza come di «un'ottima base», da cui sarà possibile «raggiungere un accordo». A Parigi, il ministro degli esteri francese Michel Barnier consulta il responsabile della politica estera europea Javier Solana e afferma: «È un testo che va migliorato» e «reso credibile»: «Vogliamo essere utili per uscire da questa tragedia e speriamo che stavolta ci ascoltino», senza chiedere «assegni in bianco».
A Mosca, i diplomatici russi giudicano che il testo pone interrogativi e richiede modifiche. Da Pechino, la Cina approva l'idea di una risoluzione e s'impegna a partecipare ai negoziati «con un atteggiamento positivo e costruttivo».
C'è tutto l'armamentario del linguaggio diplomatico.
Riserve, un po' a sorpresa, vengono anche da Baghdad. Il presidente del Consiglio governativo provvisorio, Ghazi Mashal Ajil al-Yawer, trova nella bozza «meno di quello che ci aspettavamo». E il ministro della difesa Ali Allawi dice, a Londra, che le truppe della coalizione se ne andranno «tra mesi e non tra anni».

BUSH - CHIRAC: POWELL AL LAVORO
Bush affida al segretario di Stato Colin Powell il compito di condurre le trattative sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu.
Ma il presidente, che s'appresta a vivere un mese di giugno fitto d'appuntamenti internazionali («un mese determinante sulla scena mondiale», per il "Los Angeles Times"), dà una mano a Powell: parla per mezz'ora, al telefono, con il presidente francese Jacques Chirac, che non è il partner più facile sul fronte iracheno. «Abbiamo avuto -racconta Bush- un'eccellente conversazione: condividiamo lo stesso obiettivo, un Iraq libero, stabile e pacifico».
Più disteso di ieri sul podio della Scuola di Guerra, Bush riceve, nello Studio Ovale, una delegazione di iracheni che ebbero le mani amputate dai giannizzeri di Saddam Hussein e che hanno ricevuto protesi negli Stati Uniti. Il presidente Chirac e altri leader «hanno detto - nota Bush - che vogliono essere sicuri che il trasferimento di sovranità» al nuovo governo iracheno ad interim, che si installerà il 30 giugno, «sia un vero trasferimento». Barnier, in realtà, scandisce «sincero, chiaro, completo e non artificiale».
«Questo è quello che vogliamo anche noi - prosegue Bush -: vogliamo che ci sia un completo e reale trasferimento di sovranità, così che i cittadini iracheni possano capire che il destino del loro Paese è ora loro responsabilità».

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