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Mercoledì 18 Ottobre 2017 | 20:31

Sudan - Raggiunto l'accordo, dopo 2 milioni di morti

Merito dei capi delegazione Oli Osman Mohamed Taha, vicepresidente del governo d Khartoum, e John Garang, leader dell'Spla-Esercito Popolare di Liberazione del Sudan
NAIROBI - Due milioni di morti, un numero ancora maggiore di profughi, 21 anni di guerra civile, due anni di negoziati molto difficili: ma, infine, l'accordo è stato raggiunto. Se formalmente non si può parlare di pace (c'è ancora un passaggio legato alle norme di applicazione ed alle garanzie internazionali), la tragedia del Sudan appare ormai di fatto conclusa, almeno per quanto riguarda il conflitto tra il Nord -etnia araba, bianchi e musulmani- ed il Sud, nero ed animista o cristiano.
Resta però il dramma del Darfur, la remota provincia occidentale sudanese, ancora scolvolta da un sanguinosissimo conflitto che sconfina nella pulizia etnica. L'annuncio dell'intesa finale, atteso ormai da mesi, è stato dato oggi a Nairobi. E' infatti in Kenya che si sono svolti i negoziati, e domani, salvo improbabili ritardi magari dovuti a motivi puramente tecnici, ci sarà alle 13:00 locali, le 12:00 in Italia, la firma solenne a Naivasha, stupenda località lacustre ad una settantina di km dalla capitale keniana, dove negli ultimi mesi si sono svolte le fasi finali dei negoziati. Quelle decisive, nelle quali un ruolo determinante hanno svolto i due capi delegazione: da un canto Oli Osman Mohamed Taha, vicepresidente del governo d Khartoum, dall'altro John Garang, leader dell'Spla -Esercito Popolare di Liberazione del Sudan, nome che denota un'origine marxista leninista - espressione degli indipendentisti del Sud.
Gli ultimi nodi sul tavolo, molto delicati, erano l'equilibrio dei poteri nel periodo di governo di transizione (sei anni e mezzo), e lo statuto speciale relativo a tre regioni geograficamente a Nord, ma politicamente schierate con i secessionisti del Sud: Nilo Azzurro Meridionale, Montagne del Nuba, ed Abyei, la più piccola, ma la più strategica, perchè piena di petrolio. Ora anche questi nodi sono sciolti.
Grosso modo, per quanto riguarda gli equilibri politici, ci sarà una divisione che prevede che il presidente sia espressione del governo di Khartoum, dovrebbe essere quello attuale, al Bashir; il primo vicepresidente, ma senza tutti i poteri in caso di assenza del presidente, dell'Spla (Garang) e quindi un altro vicepresidente anche espressione del Nord (Taha). Per quanto riguarda più in generale le cariche a livello nazionale (governo, parlamento e via a cascata), 70 per cento al Nord, 30 agli indipendentisti. Per le regioni "speciali", altresì il ruolo fondamentale di governatore andrà ai leader legati all'Spla, ma il 60 per cento dei posti politici ad uomini di Khartoum.
Risolto, sembra, anche il problema della 'sharià, vale a dire la legge coranica nella capitale, che resterà nel periodo di transizione Khartoum. E' passato (dopo che ben 35 ulema erano giunti a Naivasha per discuterne) il principio secondo cui ai non musulmani saranno garantite misure di protezione/esenzione dalla legge coranica almeno per le pene più gravi (amputazioni, lapidazioni e via dicendo).
Era, altresì, già stato concordato che la sharia sarebbe stata applicabile solo al Nord, e non al Sud; così come la bilancia della divisione dei proventi petroliferi (i giacimenti sudanesi sono enormi, e sfruttati per ora solo in minima parte) grosso modo sarà a metà; e la distribuzione delle truppe, che non saranno unificate, o lo saranno solo parzialmente: chi, dove ed in che numero sarà schierato.
Chiave di volta dell'intesa è però il periodo della transizione con un governo unitario: sei mesi più sei anni (dopo tre anni dovrebbero esserci libere elezioni, almeno in teoria) che scatteranno quando anche le norme attuative e quelle di controllo internazionale saranno definite. Dopo questi sei anni e mezzo -che non dovrebbero tardare a partire- le popolazioni del sud potranno optare, mediante referendum, per uno stato federale o per la piena indipendenza.
Questa intesa, a cui ha soprattutto contribuito con una fortissima pressione diplomatica il Dipartimento di Stato americano, con l'appoggio delle cancellerie italiana e britannica, che hanno svolto un ruolo decisivo in cabina di regia, dovrebbe portare in larga misura la pace nel paese più grande dell'Africa, e che ha vissuto la più lunga guerra civile. E potrebbe anche essere un passo decisivo per il Darfur, quantomeno per farlo uscire dagli orrori che vive da un anno: e Khartoum sembra dare segnali incoraggianti in tal senso.
Il problema sarà disarmare e neutralizzare le milizie arabe semi indipendenti che vi operano con straordinaria crudeltà; ma lo stesso problema, seppur in maniera minore, si porrà anche in alcune aree di frontiera tra Nord e Sud.
Luciano Causa

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