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Lunedì 23 Aprile 2018 | 19:41

Il ministro Martino: le regole d'ingaggio non si cambiano

ROMA - In Iraq, a Nassiriya, «le condizioni generali di sicurezza restano critiche e il rischio per le forze del contingente è a livelli molto elevati», dice il ministro della Difesa, Antonio Martino. Ma, aggiunge, la città «è tornata da ieri sotto il controllo delle nostre forze», che hanno «regole d'ingaggio, mezzi e equipaggiamenti adeguati» a portare a termine la missione, che resta di pace.
Dei tre giorni di fuoco che hanno vissuto i soldati italiani, delle polemiche sulle regole d'ingaggio e sui mezzi del contingente, il ministro parla prima al Celio, dove ha visitato i militari feriti, poi durante un'informativa al Senato.
A Nassiriya, dice Martino - dopo aver reso omaggio a Matteo Vanzan, «vittima generosa della violenza cieca» - non c'è stata una «rivolta generalizzata. Siamo invece in presenza di episodi circoscritti, che seppure gravissimi, non sono condivisi dalla massa della popolazione». Dietro a questi «gruppi minoritari» c'è il leader radicale sciita Moqtada al Sadr, che ha anch'egli «scarso seguito tra la popolazione» e, proprio per questo, cerca di affermarsi facendo ricorso a «mezzi terroristici e violenti». Lo scopo di questa azione terroristica è «molto chiaro": «diffondere tra la gente una sfiducia generalizzata nei riguardi della Coalizione per isolarne le forze». Tutto questo, «a meno di due mesi dal passaggio dei poteri agli iracheni». Il disegno cui mirano queste «forze sovversive è quello di portare al ritiro prematuro del nostro contingente. Sono disposte a qualsiasi tipo di violenza e i loro attacchi sono rivolti a tutti gli attori che operano per la pacificazione del Paese: militari, Onu, Croce rossa e ora lo stesso Governo provvisorio di Baghdad». Ma per Martino «non è corretto prendere a pretesto questa realtà per affermare che in Iraq si sta peggio che ai tempi di Saddam Hussein. Così come sarebbe un errore altrettanto grave associare la volontà dell'intero popolo all'iniziativa di questi terroristi. Sono loro i veri nemici del popolo iracheno».
Ma «il drammatico crescendo di scontri di questi giorni - afferma Martino - non modifica le finalità e la natura complessiva della presenza dei nostri militari», che sono in Iraq «per portare la pace, non la guerra». La violenza in atto, ripete il ministro, non modifica la missione, ma «rafforza, semmai, il nostro impegno». Da parte dei soldati italiani, dice Martino, «nessun compito aggressivo, bellicoso, non rispettoso della persona umana; bensì essenzialmente protettivo, per consentire sicurezza ed assistenza umanitaria e di ricostruzione». Questo però non significa - precisa il ministro della Difesa, respingendo alcune critiche che in queste ore si stanno facendo sempre più forti - che i militari italiani si trovino in Iraq, in un contesto così difficile, regole d'ingaggio, mezzi e equipaggiamenti inadeguati. Il ministro non ha escluso un rafforzamento dell'assetto difensivo del contingente, «perchè la dotazione è costantemente all'attenzione della catena di comando. Ma non facciamo credere che i nostri militari non siano adeguatamente equipaggiati, armati e sostenuti. Lo sono e sono perfettamente in grado di difendersi». Allo stesso modo, ribadisce Martino, «non è vero che le regole d'ingaggio obblighino i nostri soldati ad atteggiamenti eccessivamente arrendevoli, ponendoli quali bersagli inermi agli attacchi. Non è così». Le regole d'ingaggio «sono flessibili e perfettamente adeguate a garantire la sicurezza dei nostri soldati e all'assolvimento della missione». E se c'è da sparare per primi, come ha detto oggi il premier, Silvio Berlusconi, consentono di farlo. «Il diritto all'autodifesa non significa solo rispondere al fuoco. Se la minaccia è reale, concreta - afferma Martino - le regole d'ingaggio permettono anche di sparare per primi. Non bisogna aspettare che qualcuno ci spari addosso per rispondere».
Tuttavia, l'uso della forza da parte dei militari italiani è sempre esercitata con «equilibrio e fermezza» e «al livello più basso possibile», specie se esiste il rischio che le azioni possano provocare «perdite umane o danni alla popolazione civile». Dunque, le regole d'ingaggio in vigore vanno bene, «nonostante il drammatico deterioramento della situazione: non si prevede, ora, di cambiare la loro configurazione».

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