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Sabato 21 Ottobre 2017 | 05:04

Iraq - Usa: restiamo se accettati

E la Casa Bianca non ha dubbi che sarà così. McClellan dice: «Noi stazioniamo le nostre forze solo in posti del mondo dove siamo i benvenuti». Confermato l'impegno di Powell di venerdì
WASHINGTON - La Casa Bianca avalla il messaggio venuto dai Paesi della Coalizione per la libertà dell'Iraq che fanno parte del G8. Il portavoce del presidente George W. Bush, Scott McClellan, dice: «Se un governo iracheno sovrano non ci volesse in Iraq, non resteremmo», suggellando, così, l'impegno espresso, venerdì, a Washington, dal segretario di Stato americano, Colin Powell, e, a Baghdad, dal capo dell'Autorità civile americana, Paul Bremer.
Gli impegni di Powell e Bremer erano stati condivisi, dopo una riunione dei ministri degli esteri del G8, dai capi della diplomazia di Gran Bretagna, Italia e Giappone, i tre Paesi tra i Grandi che hanno truppe in Iraq. Prima dell'incontro del G8, il presidente Bush ne aveva ricevuto alla Casa Bianca tutte le delegazioni.
McClellan dice: «Noi stazioniamo le nostre forze solo in posti del mondo dove siamo i benvenuti. Prevedo che le forze della coalizione continueranno a stare in Iraq su invito di un governo iracheno sovrano a partire dal primo luglio. Se il governo iracheno sovrano non ci volesse, non resteremmo. Ma mi aspetto che resteremo su loro invito».
Del resto, il nuovo esecutivo iracheno nascerà col placet di Washington: difficile che risulti ostile agli Stati Uniti, almeno subito, almeno fino alle elezioni di un'assemblea all'inizio del 2005.
Le parole di McClellan provano che non c'è dissenso, su questo punto, all'interno dell'Amministrazione americana: c'è, anzi, coincidenza di linguaggio tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Autorità a Baghdad. Si tratta di sottolineare, anche ad uso degli alleati, che il passaggio di poteri, il 30 giugno, dalle forze d'occupazione a un nuovo governo iracheno ad interim sarà effettivo: dal 1° luglio, il nuovo esecutivo, cioè, avrà sovranità sull'Iraq.
In questo contesto, va anche letto il discorso alla radio fatto ieri dal presidente Bush (un discorso registrato), che insiste sulla volontà dell'America di proseguire la missione in Iraq. Perché il fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati siano disposti ad andarsene se non saranno invitati a restare, non significa che essi vogliono andarsene. Anzi, loro vogliono rimanere e vogliono portare a termine la pacificazione e la democratizzazione del Paese occupato.
Alla radio, Bush spiega: «Il 30 giugno, un nuovo governo provvisorio iracheno assumerà l'autorità sovrana. L'America manterrà il suo impegno nei confronti della sicurezza e della unità nazionale del popolo iracheno. La missione vitale delle nostre truppe che contribuiscono ad assicurare la sicurezza dell'Iraq proseguirà il primo luglio ed oltre», fino a quando gli iracheni stessi «saranno in grado di garantire da soli la loro sicurezza».
Sono concetti che Bush avrà modo di verificare, a giorni, anche col presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi che, mercoledì prossimo, 19 maggio, sarà ricevuto alla Casa Bianca. Sarà il primo di una serie di incontri bilaterali e multilaterali che il presidente americano avrà nelle prossime settimane, di qui al 30 giugno: le visite in Italia e Francia dal 4 al 6 giugno nel 60.mo anniversario della liberazione di Roma e dello sbarco in Normandia; il vertice del G8 dall'8 al 10 giugno a Sea Island, negli Stati Uniti; il vertice Ue-Usa a Dublino e il vertice della Nato a Istanbul a fine giugno.
Intanto, va avanti la formazione del nuovo governo iracheno ad interim, che dovrebbe essere pronto entro la fine del mese, e la messa a punto di una nuova risoluzione sull'Iraq del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, che si spera possa essere varata dopo il vertice del G8.
L'inviato dell'Onu in Iraq, Lakhdar Brahimi, di ritorno da Baghdad, farà rapporto al Consiglio di sicurezza mercoledì 19. Brahimi è l'uomo che sta cercando di formare il governo ad interim, puntando su personalità «rappresentative» e «autorevoli», ma che non abbiano dimensione politica e che non escano dall'attuale Consiglio.
(Giampiero Gramaglia)

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