Cerca

Libia - «Hanno diffuso l'Aids tra i bimbi ricoverati, fucilateli»

Cinque infermiere ed un medico condannati alla fucilazione perché colpevoli d'aver provocato la morte di 43 piccoli pazienti. La comunità internazionale s'indigna
IL CAIRO - Cinque infermiere bulgare ed un medico palestinese sono stati condannati oggi alla fucilazione perchè riconosciuti colpevoli di aver diffuso il virus Hiv, che dà origine all' Aids, in un reparto per bambini dell'ospedale "Al Fateh", di Bengasi provocando la morte di 43 piccoli pazienti tra il 1998 e il 1999.
Assoluzione invece - in relazione a questo specifico reato - per altro personale sanitario, tra cui nove medici libici ed un altro medico bulgaro, marito di una delle infermiere oggi condannate. Il medico bulgaro è stato però condannato a quattro anni per reati contro il patrimonio.
La durissima sentenza ha provocato reazioni in tutto il mondo - dalla Commissione Europea, che ha ricevuto in visita il leader libico Muammar Gheddafi solo il 27 aprile scorso, al dipartimento di stato Usa, ovviamente alla Bulgaria - dopo che il silenzio sul processo, cominciato nel giugno 2001, si era mantenuto rigoroso.
La vicenda - si fa notare da più parti - sembra dimostrare che, nonostante gli sforzi e l'impegno di modernizzazione e di apertura al nuovo, rigidità mentali e burocrazia continuano a prevalere in Libia. Si avvia nel febbraio 1999, dopo che alcuni medici denunciarono la presenza del virus in ospedale. Furono arrestate 23 persone, tra medici e infermiere, ma ne furono subito rilasciate alcune. Il 16 giugno 2001 il tribunale della Rivoluzione di Tripoli chiese la pena di morte per cinque infermiere bulgare ed un medico palestinese.
Nel febbraio 2002 l' intervento «energico» (fu definito così dalla stampa internazionale) del figlio del colonnello Gheddafi, Seif Al Islam, presidente della Gheddafi Foundation - intervenuta più volte in casi di rilievo internazionale - ottenne che agli imputati venissero concessi gli arresti domiciliari ed il 19 febbraio il tribunale della Rivoluzione dichiarò la propria incompetenza sul caso.
Questo passaggio lasciò pensare che ci fosse un orientamento per ridimensionare la portata del processo, anche se in un' occasione pubblica il leader libico aveva ipotizzato che la vicenda fosse stata originata da un esperimento ordinato dagli Stati Uniti o dal servizio segreto israeliano. L'obiettivo era di destabilizzare la Libia e minarne ancor più la credibilità a livello internazionale, anche perchè l' episodio si collegava alle accuse contro Tripoli di aver organizzato attentati come quello di Lockerbie.
Del processo di Bengasi si era discusso anche in occasione della visita di Gheddafi a Bruxelles: fonti giornalistiche avevano rivelato che i dirigenti europei, tra i quali il commissario Romano Prodi (che oggi ha espresso «profonda preoccupazione e delusione per la sentenza di Bengasi»), avevano chiesto all' interlocutore libico proprio interventi specifici su due problemi sospesi nel rapporto Europa-Libia. Uno di questi era il processo mentre l'altro era costituito dalla vicenda della discoteca di Berlino "La Belle" (un attentato che provocò la morte di due soldati americani nel 1986).
A giudicare dalle reazioni molto risentite di Bruxelles, di altre capitali europee e di Washington, la sentenza di oggi alla pena capitale - evocando peraltro quelle emesse mesi fa a Cuba - sembrano dare un duro colpo al processo di riavvicinamento all' Occidente che Gheddafi aveva cominciato l' anno scorso. Prima accettando di pagare compensazioni per le vittime dell' attentato di Lockerbie (dicembre '88, 270 morti nell' esplosione di un aereo Pan Am nei cieli della Scozia), e per le vittime dell' attentato al Dc 10 Uta (Nigeria, 1989, 170 morti). In dicembre, poi, con l'annuncio di voler eliminare le armi di distruzione di massa, seguito in gennaio dalla consegna di 500 tonnellate di materiali nucleari e di 23mila ogive che avrebbero potuto essere caricate con armi chimiche.
Se Tripoli won deciderà rapidamente un passo indietro sulla sentenza di Bengasi, l' idillio appena cominciato potrebbe abortire. Il ministro degli esteri libico, Abdul Rahman Shalgam, interpellato a Dublino, ha detto di essere personalmente contro la pena di morte, ma di non poter interferire sull' indipendenza di giudizio della magistratura.
Ora ci sono 60 giorni perchè gli imputati presentino appello. La presenza di numerosi ambasciatori europei e occidentali al processo di Bengasi induce a pensare che la richiesta di appello sarà proposta rapidamente e sostenuta anche da ambienti politici e diplomatici. Ma i familiari dei bambini infetti - molti dei quali sono stati curati anche in Italia - sono esplosi immediatamenti in manifestazione di giubilo e contentezza dentro e davanti al tribunale di Bengasi subito dopo la sentenza.
Remigio Benni

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400