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Lunedì 25 Settembre 2017 | 06:19

Storie di vite precarie «Ho perso il lavoro e mi aiuta mio figlio»

di DONATO MASTRANGELO
MATERA - Il figlio impiegato in un call center che in qualche modo dà una mano al padre, in mobilità da quattro anni e con un sussidio mensile che peraltro percepisce a singhiozzo, di appena 330 euro. È una delle tante storie di ordinario disagio che riguardano i lavoratori ormai privi di occupazione. Vite precarie in una terra che pure è ricca di risorse
Storie di vite precarie «Ho perso il lavoro e mi aiuta mio figlio»
di DONATO MASTRANGELO

MATERA - Il figlio impiegato in un call center che in qualche modo dà una mano al padre, in mobilità da quattro anni e con un sussidio mensile che peraltro percepisce a singhiozzo, di appena 330 euro. È una delle tante storie di ordinario disagio che riguardano i lavoratori ormai privi di occupazione. Vite precarie in una terra che pure è ricca di risorse. Chiedetele mare, acqua, petrolio e la Basilicata ve le darà, chiedetele lavoro e di colpo tutto diventerà come una sfida titanica. È il paradosso di una regione che non riesce ad emergere dalla sua affannosa rincorsa verso un futuro economicamente più solido. Fuga di speranze e di cervelli, mentre anche i cinquantenni subiscono la scure della crisi.

Franco Contangelo, 51 anni di Montescaglioso il lavoro lo ha perso nel marzo 2010. «Lavoravo - afferma - in un laboratorio fotografico e con altri undici colleghi sono stato posto in mobilità. Per due di loro si sono aperte le porte della pensione per gli altri sono cominciati i problemi. Tutto è cambiato di colpo. Andare avanti con un assegno di 330 euro è praticamente impossibile. In famiglia cerchiamo di darci da fare ma i tempi sono quelli che sono. Ho dei figli, uno dei quali lavora in un call-center e che in qualche modo mi dà un aiuto visto la situazione».
Parole misurare e amare quelle di Contangelo che rispecchiano lo stato di disagio di migliaia di lavoratori in mobilità. Nel Materano tra mobilità in deroga e cassa integrazione ci sono 1500 persone, 350 soltanto a Matera e il resto nella provincia con picchi nei paesi che gravitano in Valbasento, l’area industriale che fiorì negli anni Sessanta per i giacimenti di gas e petrolio con l’insediamento di un polo chimico tra Pisticci, Ferrandina e Salandra. Qualcuno ha chiesto ai lavoratori in mobilità e in cassa integrazione che in questi giorni hanno dato vita a presidi spontanei nei paesi, di rimboccarsi le maniche, di migliorare il proprio bagaglio culturale e la conoscenza delle lingue straniere per una eventuale ricollocazione occupazionale nel settore turistico. Idea pertinente se non fosse, ad esempio, che la Basilicata attende da tempo un nuovo Piano turistico regionale. I lavoratori, invece, volano basso e chiedono interventi concreti che possano in qualche modo risollevare le loro sorti e quelle delle rispettive famiglie.

«Se almeno mettessero in campo iniziative per darci un reimpiego part-time - dice Contangelo - potremmo almeno respirare, riuscire ad andare avanti ed uscire da questo incubo ». Chi invece è stato travolto dalla deindustrializzazione della Valbasento è Michele Ciarfaglia, 49 anni, ex operai della Nylstar a Pisticci scalo. «Dal 2006 è cominciato il graduale percorso verso la precarietà, dalla cassa integrazione, alla mobilità ordinaria fino alla mobilità in deroga. Ho moglie e due figli. C’è da pensare al loro futuro, agli studi che devono intraprendere. Soltanto nei giorni scorsi abbiamo percepito le indennità di mobilità relative ai mesi di gennaio e febbraio.Mediamente sono assegni che non superano i 500 euro. Non vogliamo ammortizzatori sociali ma solo ritornare a lavorare per vivere con dignità».

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