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Matera, rimane ancora il museo dei desideri

di PASQUALE DORIA
MATERA - Ma che fine ha fatto? Cosa? Ma qui, a Matera, non doveva nascere uno dei musei più importanti del bacino mediterraneo? Si, se ne parla. Ci sono studiosi la cui fama è nota, ma hanno molti meriti ancora, tra cui quello della memoria. Non dimenticano facilmente. Alcuni tra i massimi esperti della materia si sono dati appuntamento nella sede materana dell’Università e per l’ennesima volta è stato evocato il Museo demoetnoantropologico
Matera, rimane ancora il museo dei desideri
di Pasquale Doria

MATERA - Ma che fine ha fatto? Cosa? Ma qui, a Matera, non doveva nascere uno dei musei più importanti del bacino mediterraneo? Si, se ne parla. Ci sono studiosi la cui fama è nota, ma hanno molti meriti ancora, tra cui quello della memoria. Non dimenticano facilmente. Alcuni tra i massimi esperti della materia si sono dati appuntamento nella sede materana dell’Università e per l’ennesima volta è stato evocato il Museo demoetnoantropologico. Nella scorsa settimana si sono confrontati per tre giorni in città dove - almeno su questo nessuno può eccepire - l’antropologia italiana ha compiuto i suoi primi passi. Accadde con Ernesto De Martino, subito dopo la pubblicazione de Il mondo magico, con l’incontro dei contadini nel 1949 alla Camera del lavoro.

Altri passi si sarebbero voluti vedere compiere. Era il 2 ottobre 2010 quando a Palazzo Lanfranchi, concludendo uno straordinario congresso con i maggiori esponenti dell’antropologia nazionale venne formulato un auspicio. Maturò quale epilogo di un intenso dibattito dedicato al nascente museo materano. Chissà, forse al prossimo appuntamento - si disse - non parleremo più di un’aspirazione. Era presente tra gli altri il prof. Pietro Clemente, punto di riferimento dell’antropologia italiana. Nello scorso fine settimana era nuovamente a Matera dove, tanto per non cambiare, si è fatto pure qualche cenno al museo nei Sassi. Magari solo per parlare a livello di fede, come diceva San Paolo, secondo cui la fede è la certezza delle cose che si sperano.

Va bene. Diciamo, allora, che si può essere anche di altra fede, ma forse conviene averne una, possibilmente senza fare a meno del continuo esercizio raziocinante. Proprio gli antropologi lo sanno bene che non c’è distinzione tra materiale e simbolico. I segni esprimono sempre una materialità già netta e riconoscibile. E i segni in nostro possesso? Dicono che è a disposizione, da tempo un piano di fattibilità e altro ancora. Aspetto che non aggiunge molto sull’effettiva disponibilità operativa dei Fondi Pisus (Programma di sviluppo urbano sostenibile). Per lo studio preliminare si parlava di 1 milione e 200 mila euro, senza contare che in proposito si sono aggiunte ulteriori ispirate citazioni, sparse tra dossier e rapporti vari. Altro non è dato sapere, se non le parole che s’inseguono già dai tempi del senatore Domenico Ridola, morto nel 1932, per passare attraverso quelle di Rocco Mazzarone, giunte fino a Giovanni Battista Bronzini e all’erede ideale di questa vicenda, che potrebbe essere il già citato Pietro Clemente.

L’obiettivo di fondo del progetto è assodato. Da un lato si tratta di riconoscere il valore monumentale, architettonico e urbanistico della città antica, i Sassi. Dall’altro, l’importanza di proporre questo patrimonio «come luogo della memoria - è stato ripetuto più volte - testimonianza di una vita associata definita dalla capacità di adattamento psicologica, economica, sociale, dell’uomo all’ambiente, ma anche documento di una cruda subalternità inflitta con evidenza dalle classi dirigenti locali, indifferenti alle condizioni delle classi più umili».

Per documentare meglio la vicenda, va detto che il Comune bandì un concorso internazionale a valle dell’approvazione del secondo programma biennale d’intervento per il recupero dei Sassi, tramite la legge 771 del 1986. In questa occasione, per la realizzazione di una struttura museale, fu individuata un’area di circa 2,6 ettari. È delimitata a sud dallo strapiombo della Gravina, a nord dalla via Bruno Buozzi, a est dalla piazza San Pietro Caveoso e a ovest dalla via Casalnuovo, comprendendo chiese rupestri come la Madonna dell’Idris e San Giovanni in Monterrone, nonchè il complesso monastico di Santa Lucia alle Malve.

Evitando di soffermarsi su evidenti situazioni di degrado, si può solo aggiungere che l’area, tra concessioni varie, ha visto più volte modificato il suo perimetro. Del resto, quando è scritta e diventa delibera, anche la parola è fare sociale, come in questi casi. Anzi, lo è tutte le volte che muove qualcosa, altrimenti è niente. Ma le cose non sempre si muovono nella giusta direzione.

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