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Martedì 17 Ottobre 2017 | 11:52

Chiuse le indagini

Marocchino ucciso, nei guai
ex pentito e sua figlia

il delitto avvenuto un anno fa alla periferia estrema di Gallipoli

Marocchino ucciso, nei guaiex pentite e sua figlia

GALLIPOLI - Padre e figlia indagati per l’omicidio dell’ambulante marocchino Khalid Lagraidi. Il sostituto procuratore Alessio Coccioli ha chiuso le indagini sul giallo del cadavere ritrovato a fine gennaio all’estrema periferia di Gallipoli nascosto in un bidone. Le accuse vengono mosse a Marco Barba, 43 anni, detto “U Tannatu” e alla figlia Rosalba, di 23. Il primo risponde di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dai motivi futili e abietti e occultamento di cadavere. Quest’ultima accusa viene contestata anche alla figlia. L’esecuzione risale al 23 giugno scorso. Barba avrebbe trascinato l’ambulante marocchino in aperta campagna nei pressi di Madonna del Carmine.

L’ex collaboratore di giustizia avrebbe dapprima cercato di strangolare Lagraidi. Poi gli avrebbe sferrato numerosi colpi alla testa provocandogli diverse fratture al cranio. Infine avrebbe cercato di nascondere il cadavere in un bidone metallico e di sciogliere il corpo con numerose bottiglie di acido muriatico. Una manovra compiuta grazie alla collaborazione della figlia. I due Barba avrebbe riposto il corpo nel fusto chiudendolo con pietrisco e materiale edilizio sotto gli alberi. Il cadavere dell’ambulante pè rimasto senza sepoltura per mesi. Il giallo sulla scomparsa è stato risolto solo a fine gennaio quando Rosalba Barba si è presentata presso la caserma dei carabinieri di Gallipoli per svelare la presenza di un cadavere alla periferia di Gallipoli. Ha accompagnato gli investigatori sul posto consentendo il ritrovamento del corpo dell’ambulante. Il movente sarebbe legato al mancato pagamento di Lagraidi di un piccolo quantitativo di hashish.

Tanto sarebbe bastato all’ex collaboratore di giustizia per emettere una condanna a morte. Del cittadino nord africano non sarebbe dovuta rimanere alcuna traccia sepolto in un bidone coperto con del pietrisco e calce per evitare la fuoriuscita del cadavere. Nei propositi di Barba, la calce e l’acido avrebbero dovuto decomporre il corpo in tempi rapidi. In realtà il manto avrebbe protetto il cadavere dall’azione corrosiva. Padre e figlia sono difesi rispettivamente dagli avvocati Fabrizio Mauro e Amilcare Tana. [F.Oli.]

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