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L'emergenza

Colate di asfalto e cemento
sulle aree da tutelare

«Impermeabilizzati» oltre 500 ettari a rischio di dissesto idrogeologico sfruttamento del suolo

Colate di asfalto e cemento  sulle aree da tutelare

Oltre 500 ettari dati in pasto ad asfalto e cemento nelle aree a rischio di dissesto idrogeologico nel Salento. Per la precisione, sono 561 gli ettari «impermeabilizzati» proprio laddove risulta più elevata la probabilità di alluvioni.

A rilevarlo uno studio dell’Osservatorio economico, curato da Davide Stasi, che ha elaborato gli ultimi dati Ispra per «mappare» il pericolo di inondazioni nei Comuni della provincia di Lecce.

Si tratta, in particolare, delle zone cosiddette ad «alta pericolosità idraulica», individuate ai sensi del decreto legislativo numero 49 del 2010.

Sono classificati tre scenari di rischiosità: bassa «P1» (scarsa probabilità di eventi estremi); media «P2» (alluvioni poco frequenti, con tempo di ritorno fra 100 e 200 anni); elevata «P3» (alluvioni frequenti, con tempo di ritorno fra 20 e 50 anni).

In provincia di Lecce, le aree esposte ad allagamenti si estendono per 3.230 ettari. Ma ciò che più desta allarme è la superficie di suolo ricoperta da cemento: 561 ettari che rappresentano il 17,4 per cento del totale delle zone a rischio.

Ecco i Comuni salentini che hanno cementificato di più nelle aree «sensibili». In testa figura Nardò con 89,24 ettari. Al secondo posto Casarano con 51,97 ettari. Seguono: Copertino con 42,06; Galatone 38,37; Squinzano 27,18; Porto Cesareo 25,66; Parabita 22,75; Campi salentina 18,19; Minervino 16,70; Scorrano 14,63; Cavallino 12,96; Aradeo 12,90; Ruffano 10,73; Otranto 10,37; Maglie 8,79; Sternatia 8,55; Muro leccese 7,98; Lizzanello 7,85; Andrano 7,53; Nociglia 7,30; Taurisano 6,41; Gagliano del Capo 6,09; Vernole 5,69; Guagnano 5,37; Specchia 5,11; Tricase 4,82; Guagnano 5,37; Specchia 5,11; Tricase 4,82 e Melissano 4,69.

Sebbene le alluvioni siano fenomeni naturali impossibili da prevenire, tuttavia esiste una sorta di ripetitività di eventi estremi che sono definite dalla direttiva 2007/60/ce quali «aree a rischio potenziale significativo di inondazione» (in inglese, potential significant flood risk area).

La raccolta di informazioni, quali localizzazione, estensione e conseguenze, consente di avere un quadro conoscitivo su cui poter basare una corretta valutazione e gestione del rischio.

Va ricordato che, in Italia, il primo significativo intervento legislativo in materia di difesa del suolo, risale al 1989, attraverso la legge numero 183 del 18 maggio 1989 che, sebbene in ritardo rispetto ai tragici eventi alluvionali degli anni Cinquanta e Settanta (Polesine 1951 e Firenze 1966), ebbe il merito di definire i bacini idrografici, di istituire le autorità di bacino (AdB) e di indicare il Piano di bacino, quale strumento conoscitivo, normativo e tecnico-operativo per pianificare e programmare le azioni e le norme d’uso finalizzate alla conservazione, difesa e valorizzazione del suolo. Successivamente, la legge 493 del 1993 introdusse la possibilità di redigere e approvare i piani di bacino idrografico anche per sottobacini o per stralci relativi a settori funzionali. Seguirono altre leggi sino alla Direttiva Alluvioni.

Sono state così individuate alcune misure di prevenzione e protezione contro le inondazioni, tra cui la manutenzione degli argini, la costruzione di idrovore, scolmatori ed apparati che garantiscano il buon funzionamento dei bacini di invaso, la pulizia dell’alveo, il taglio selettivo della vegetazione, la stabilizzazione delle sponde mediante inerbimento e piantumazione, l’adeguamento della rete delle acque bianche.

Una «monitoraggio», dunque, quello fatto dall’Osservatorio economico, dell’incidenza del cemento sulle aree a rischio-inondazioni. A questo si aggiunge un precedente studio sulla fascia costiera, secondo il quale il cemento ha cancellato un terzo del litorale salentino. Ben 2.047 ettari sono stati «impermeabilizzati» sul totale di 6.889. Pari al 29,7 per cento della striscia di suolo che si estende fino a trecento metri di distanza dalla battigia.

Ciò comporta notevoli danni, spesso irreversibili, di natura ambientale, paesaggistica, idrogeologica, storico-archeologica, ma anche gravi ripercussioni sull’economia, a causa dell’enorme riduzione e frammentazione delle superfici agricole.

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