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Il processo

Ergastolano evaso dal Fazzi
Chiesti 10 anni per «Triglietta»

Fabio Perrone scappò durante una visita specialistica in ospedale ferendo alcuni agenti penitenziari. Fu catturato dopo due mesi di latitanza

perrone ergastolano

La Procura chiede una condanna a dieci anni di reclusione per l’evasione di Fabio Perrone dall’ospedale “Vito Fazzi” del 6 novembre scorso. La richiesta è stata invocata dal pubblico ministero Stefania Mininni nel processo in abbreviato che si sta celebrando dinanzi al gup Vincenzo Brancato. La sentenza è prevista per il prossimo 30 settembre. Perrone, conosciuto con il nomignolo di “Triglietta”, risponde di evasione (aggravata da violenza e dall’uso delle armi), rapina, lesioni aggravate e della detenzione di armi e munizionamento. L’ergastolano, giunto appositamente dal carcere di Castrovillari, ha rilasciato spontanee dichiarazioni nell’aula bunker del carcere di Borgo “San Nicola”.

Ha rivolto un pensiero alla donna di Veglie rapinata della propria auto nel piazzale del “Fazzi” e all’agente di polizia penitenziaria ferito durante le concitate fasi della fuga. Nella giornata di ieri ha discusso anche l’avvocato Ladislao Massari che ha invocato una pena consona alla gravità del fatto senza condizionamenti esterni. Il legale si è soffermato scaturito sul clamore mediatico suscitato dal fatto e sulla spettacolarizzazione subito dopo l’arresto dell’ergastolano.

La fuga di Perrone risale al 6 novembre scorso. Il detenuto raggiunse l’ospedale “Vito Fazzi” in compagnia di un altro detenuto di nazionalità albanese per sottoporsi ad una gastroscopia. Una volta entrato in ambulatorio, però, “Triglietta” avrebbe sfilato la pistola d’ordinanza dalla fondina di uno dei berretti azzurri. Iniziò a sparare ferendo un agente. Poi, dopo una rapida fuga, rapinò una donna puntandole una pistola in pieno volto, una Toyota Yaris. Poi travolse un agente nei pressi della sbarra d’ingresso. Da quel momento di Perrone si persero le tracce. Il 43enne diventò un’ombra. Durante la sua latitanza l’ergastolano in fuga avrebbe fatto affidamento su una fitta rete di fiancheggiatori che gli avrebbero garantito soldi, copertura e covi sempre diversi. E per evitare di essere intercettato avrebbe centellinato l’uso della tecnologia.

Perrone non si sarebbe spostato mai dal suo territorio d’origine. Si sarebbe spostato come un’ombra tra Trepuzzi e le marine al confine con la provincia di Brindisi e avrebbe anche raggiunto il cimitero del suo paese per deporre un mazzo di fiori sulla tomba della madre defunta. La fuga si concluse dopo 63 giorni nel suo paese in via 2 Giugno all’alba del 9 gennaio in casa di un insospettabile arrestato per favoreggiamento. [f.oli.]

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