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Lecce-Melendugno
strada dei mille ricorsi

La grande incompiuta rischia si rimanere per sempre tale

Lecce-Melendugno strada dei mille ricorsi

Tonio Tondo

È forse il più grande pasticcio amministrativo della storia della Regione. Sono ore frenetiche negli uffici di un buon numero di dirigenti tecnici e politici. La decisione del Consiglio di stato, che ha dichiarato illegittimo il progetto numero due della strada regionale 8 (Lecce-Melendugno), provoca a catena la frana di molti, forse tutti, provvedimenti amministrativi collegati all’attuazione dell’opera. In particolare, resta senza ancoraggio giuridico la delibera del due agosto 2013 - presidente Vendola, assessore ai lavori pubblici Giannini - che, nelle intenzioni, doveva chiudere ogni contenzioso con amministrazioni locali e privati cittadini, e che è in attesa di approdo finale. La delibera, con un riepilogo della tormentata vicenda, dal primo atto dell’otto marzo 1990 in poi, conteneva un indirizzo al dirigente dei Lavori pubblici e al responsabile del procedimento per un progetto di variante in grado di sanare i dissensi. In più, questa variante, considerata parziale e migliorativa e senza aggravio di spesa, all’insegna della riduzione dello spreco di suolo agricolo e della salvaguardia degli ulivi secolari e delle attività produttive lungo il tracciato, aveva il compito di sgombrare il campo dagli ostacoli e di favorire l’approvazione, definitiva, delle modifiche agli strumenti urbanistici dei singoli comuni interessati in base a una legge regionale del 2001.

Doveva essere la classica quadratura del cerchio. Proprio questa conclusione è ora fortemente compromessa. Si può chiudere un procedimento quando è venuto meno il presupposto principale? L’interrogativo, sempre più assordante, rischia di restare senza risposta, bloccando così ogni via di uscita dallo stallo. Chi sostiene la necessità di riprendere i lavori non tiene conto dei fatti e della portata giuridica della sentenza.

I giudici del Consiglio di stato hanno considerato il progetto numero due, radicalmente differente da quello originario degli anni Novanta, sia per il tracciato nuovo, dal punto di innesto fino allo sbocco, sia per la sua funzionalità. Un progetto integrale e autonomo, quindi, e non una modifica lieve del primo; che doveva necessariamente rispondere alle norme di sicurezza stradale e ai requisiti tecnici stabiliti da un decreto ministeriale del 2001. Infatti, il progetto definitivo del tracciato numero due è stato approvato nel 2012. La sentenza, poi, ha anche stabilito che la valutazione di impatto ambientale (Via) del 2008 era già scaduta e che infine non erano stati rispettati i diritti dei cittadini interessati agli espropri.

La variante autorizzata con la delibera del 2013 si riferisce, quindi, a un progetto che nel profilo giuridico non esiste più. Dal punto di vista logico non si può modificare un oggetto e un’entità tecnico-amministrativa venuti meno a causa della decisione del giudice. Ecco perché, allo stato, sono impraticabili le facile vie di fuga. Anzi, proprio questi comportamenti, purtroppo con il senno di poi, hanno determinato il grande pasticcio. Anche i pareri sui profili paesaggistici vengono meno. Compreso il parere espresso dal consiglio dei ministri chiamato a metà 2015 a superare, con una sua decisione, un contrasto tra le soprintendenze della Puglia. Sul tracciato numero due, infatti, la soprintendenza di Lecce aveva formulato una relazione molto severa indicando il pesante impatto dell’arteria sui cigli di scarpata e sull’intero ecosistema degli ulivi e della macchia.

Molto più possibilisti erano stati gli uffici di Bari. Sulla carta resta in piedi un’altra coda dei contenziosi. La sentenza del Consiglio di stato è venuta a seguito dell’appello della Sis (Sviluppo immobiliare salentino) di Nicola Montinari contro una prima decisione del Tar di Lecce favorevole alla Regione e al gruppo di imprese costruttrici, con in testa la Leadri di Palumbo. Un secondo ricorso, da discutere nel merito a marzo (proponente lo stesso avvocato Tommaso Millefiori che difende Montinari), riguarda la Masseria CinqueSanti, una importante azienda agricola che difende l’integrità di un ciglio di scarpata minacciata dall’arteria a quattro corsie. Le ragioni del ricorso sono più o meno quelle accolte dal consiglio di stato nell’appello Montinari. , dicono alcuni amministratori. Un filo, quello dei soldi, che lega gli avvenimenti alterni di 28 anni, dal primo programma triennale per il Mezzogiorno del 1988. A metà anni Novanta i 110 miliardi di lire sembravano scomparsi, con la revoca del finanziamento da parte del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) a causa del mancato avvio del cantiere. Dieci anni dopo, il finanziamento è tornato in vita. Tra una data all’altra una guerra di ricorsi e controricorsi, protagonisti i vincitori dell’appalto nel 1992. Guerra e trattative dietro le quinte. Il grande pasticcio ha avuto un’incubazione lunga. Molti i protagonisti politici, succedutosi negli anni, tutti impegnati a salvare i soldi dell’appalto. E questa storia promette nuovi capitoli e sorprese.

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