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Lecce, un museo del tabacco nell’ex manifattura

di MAURO CIARDO
LECCE - «A Lecce è sorta la più grande manifattura dei tabacchi d’Europa, per questo un secolo di storia che ha contraddistinto il Salento andrebbe conservato in un apposito museo». La proposta arriva dall’architetto Antonio Monte, che nella sua doppia veste di ricercatore del Consiglio nazionale delle ricerche - Istituto per i beni archeologici e monumentali, e delegato regionale dell’Aipai, l’associazione italiana per il patrimonio archeologico industriale, chiede che almeno una parte dell’ex manifattura di via Dalmazio Birago sia destinata a contenitore culturale di tutte quelle esperienze di vita, lavorative e sociali, legate alla coltivazione, alla lavorazione, alla trasformazione e alla commercializzazione del tabacco
Lecce, un museo del tabacco nell’ex manifattura
di MAURO CIARDO
 

«A Lecce è sorta la più grande manifattura dei tabacchi d’Europa, per questo un secolo di storia che ha contraddistinto il Salento andrebbe conservato in un apposito museo».

La proposta arriva dall’architetto Antonio Monte, che nella sua doppia veste di ricercatore del Consiglio nazionale delle ricerche - Istituto per i beni archeologici e monumentali, e delegato regionale dell’Aipai, l’associazione italiana per il patrimonio archeologico industriale, chiede che almeno una parte dell’ex manifattura di via Dalmazio Birago sia destinata a contenitore culturale di tutte quelle esperienze di vita, lavorative e sociali, legate alla coltivazione, alla lavorazione, alla trasformazione e alla commercializzazione del tabacco.

Dell’ex manifattura se ne sta discutendo in queste settimane dopo la proposta (poi sfumata) del presidente della comunità islamica Giampiero Khaled Paladini di destinarla dopo l’acquisto a prima università islamica del continente.

Dal punto di vista culturale però, l’edificio conserva un patrimonio che va ben oltre quello architettonico, visto che qui sono state trasformate milioni di tonnellate di tabacco grezzo destinato a riempire le sigarette di mezza Europa.

Il tabacco è stata fonte di sostentamento per migliaia di famiglie salentine per tutto il XX secolo ed è grazie agli studi di archeologia industriale che i processi produttivi, le macchine, gli opifici, i volti e le storie vengono ancora oggi ricordati. Proprio Lecce è stata pioniera in questo senso visto che qui si parla della materia già dalla fine degli anni ’80, quando proprio con Monte (che è anche docente all’Università della Basilicata) si pubblicarono i primi studi sul recupero di altri opifici legati alla terra e alla gente salentina, i frantoi ipogei (famosi furono i contributi sulla prestigiosa rivista “lu Lampiune”, fondata da Giovanni Cingolani ed edita da Grifo periodici).

Nella seconda metà degli anni ’90 la sempre più crescente voglia di riscoprire le lavorazioni tradizionali e i prodotti derivati dalle trasformazioni agroalimentari trovarono terreno fertile nell’Università degli Studi di Lecce (oggi del Salento), che attivò un’apposita cattedra affidandola al compianto ingegnere ternano Gino Papuli, considerato uno dei padri dell’archeologia industriale italiana per le sue profonde conoscenze nel campo siderurgico e per la sua ferrea volontà di conservare almeno una parte dei macchinari, delle fabbriche e dei processi produttivi che da due secoli a questa parte hanno cambiato il volto della nazione.

Sulla stessa cattedra si sono poi susseguite varie figure considerate ancora oggi veri e propri pilastri della conoscenza in questo settore, a cominciare dal professor Renato Covino, past president proprio dell’Aipai e docente di storia economica all’Università di Perugia.

Nel corso degli anni grazie al lavoro di questa cattedra sono state forniti centinaia di studi e tesi di laurea sul variegato universo del patrimonio archeologico industriale non solo salentino ma pugliese. Da Foggia, Bari, Taranto e Brindisi sono state decine gli studenti che qui hanno coltivato la passione per il recupero di una grossa fetta di beni culturali che altrimenti sarebbero stati dimenticati e distrutti da tentativi di speculazione edilizia.

L’attività di docenti e studenti, purtroppo interrotta con l’inspiegabile soppressione della cattedra alcuni anni fa, ha consentito di recuperare non solo macchine e strutture legate al tabacco in tutto il territorio provinciale, con un meticoloso censimento arricchito da schede dettagliate, ma è stata l’occasione soprattutto per trascrivere e tramandare le testimonianze antropologiche (letterarie, musicali, fotografiche e non solo) che purtroppo non sopravvivranno ancora per molto.

Da qui l’idea di creare un museo ad hoc e quale miglior sede se non quella di Lecce, che ha costituito per decenni il fulcro di un mondo legato alla produttività e che ha fatto del gusto del fumo la sua mission.

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