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Salento, scacco a clan Scu 26 arresti, 52 indagati Collusioni con colletti bianchi Ex sindaco Squinzano «Che c'entro con il blitz?»

LECCE – Nell’indagine risultano indagate altre 52 persone fra cui anche tre pubblici amministratori, accusati di corruzione, falso e abuso d’ufficio. I provvedimenti scaturiscono da due distinte attività d'indagine, condotte nel periodo 2008- 2012 e riunite in un unico procedimento a carico di esponenti di rilievo della frangia leccese della Sacra Corona Unita, operanti soprattutto a nord della provincia di Lecce, soprattutto nei i comuni di Squinzano, Campi Salentina, Trepuzzi.
Salento, scacco a clan Scu 26 arresti, 52 indagati Collusioni con colletti bianchi Ex sindaco Squinzano «Che c'entro con il blitz?»
LECCE – Ci sono numerosi presunti appartenenti a vari clan mafiosi della frangia leccese dell’organizzazione di tipo mafioso Sacra Corona Unita tra le persone arrestate oggi dai Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Lecce che hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip Carlo Cazzella su richiesta della direzione distrettuale antimafia nei confronti di 26 persone. Fino ad ora sono 22 – dei 26 indicati nell’ordinanza - gli arresti eseguiti. Dovranno rispondere di traffico internazionale di stupefacenti, estorsioni, usura, gioco d’azzardo ed infiltrazioni nella pubblica amministrazione.  

Nell’indagine risultano indagate altre 52 persone fra cui anche tre pubblici amministratori, accusati di corruzione, falso e abuso d’ufficio.
I provvedimenti scaturiscono da due distinte attività d'indagine, condotte nel periodo 2008- 2012 e riunite in un unico procedimento a carico di esponenti di rilievo della frangia leccese della Sacra Corona Unita, operanti soprattutto a nord della provincia di Lecce, soprattutto nei i comuni di Squinzano, Campi Salentina, Trepuzzi.

Le indagini hanno fatto luce, in particolare, sulle attività illecite gestite dal clan Pellegrino, capeggiato da Francesco Pellegrino detto 'Zù Peppù, 61 anni ergastolano, e retto da Sergio Notaro e dai fratelli Patrizio e Antonio Pellegrino, quest’ultimo scarcerato nel marzo 2010 per espiazione pena. Un’area ancora, come accertato dagli investigatori, sotto l'influenza di Giovanni De Tommasi, capo indiscusso della Scu leccese, che esercitava la sua leadership attraverso direttive impartite nel corso dei colloqui in carcere con la moglie, Ilde Saponaro.

Nel corso delle indagini che oggi hanno portato agli arresti compiuti dai carabinieri nel Salento ed in altre località del territorio nazionale nei confronti di presunti appartenenti a clan che fanno riferimento alla Sacra Corona Unita sono emerse "collusioni del clan "Pellegrino" con i responsabili dell’Amministrazione comunale di Squinzano (Lecce)" funzionali – secondo gli investigatori – a favorire l'organizzazione mafiosa attraverso diversificate condotte illecite, tra cui l’assegnazione indebita di alloggi popolari.  In un caso, in particolare, un alloggio popolare – secondo quanto accertato – sarebbe stato assegnato, non rispettando la graduatoria, ad Antonio Pellegrino, figlio del boss Francesco.

Per questo filone delle indagini risultano indagati l’ex sindaco del comune salentino (2003-2012), Gianni Marra, alla guida all’epoca di una giunta del centrodestra, e l’attuale presidente del consiglio comunale di Squinzano, Fernanda Metrangolo (lista civica 'Squinzano vivà). Complessivamente sono 52 le persone che risultano indagate.

Il sodalizio sgominato era attivo nei settori delle estorsioni, dell’usura, dello spaccio di stupefacenti e del gioco d’azzardo nonchè dedito – secondo quanto emerso nel corso delle indagini – ad un fiorente traffico internazionale di cocaina, hashish e marijuana. Le sostanze, importate dalla Francia con corrieri a bordo di automezzi, erano gestite da due distinti gruppi: il clan De Tommasi per Campi Salentina e il clan Pellegrino-Notaro per Squinzano, che provvedevano alla commercializzazione al dettaglio e alla loro distribuzione ad altri gruppi operanti nei territori di Lecce, Brindisi e Taranto. Parte dei 'narcoproventì venivano poi reinvestiti per finanziare un’abusiva attività di "cambio assegni" ed un ingente giro di usura, con l’erogazione di prestiti a vittime che, anche con violenze e minacce, venivano indotte a corrispondere esosi tassi di interesse.

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