Lunedì 18 Giugno 2018 | 11:25

il nuovo centro olio di corleto

Il petrolio lucano tenta la malavita
Un segnale l'attentato al sindaco

L'ombra della criminalità si allunga sugli interessi che ruotano su Tempa Rossa

 Il petrolio lucano tenta la malavitaUn segnale l'attentato al sindaco

di Massimo Brancati

Un groviglio di tubature s’inerpica lungo cisterne luccicanti pronte a ingurgitare greggio. Sembra una scultura di arte contemporanea, sarà il cuore pulsante della Total in Basilicata, il secondo Centro olio dopo quello dell’Eni a Viggiano (Potenza), a un tiro di schioppo da qui, Corleto Perticara (Potenza), paese di 2.500 anime. Non è ancora stata prodotta una sola goccia di petrolio (l’impianto dovrebbe entrare in funzione a maggio prossimo), ma l’odore dei soldi è già forte. Inebriante. Carico di attese. La polvere che s’alza dai camion del cantiere sembra essere uno di quegli effetti speciali che avviluppano i palcoscenici. Pronto a svanire e a svelare l’opera, la scena, l’ingegno.

Nella Basilicata ferita dalle polemiche e dalle inchieste giudiziarie sull’inquinamento dell’altro Centro olio, il nuovo impianto genera apprensione, paura di un impatto insostenibile sull’eco-sistema già sfregiato. Ma scatena anche gli appetiti della malavita organizzata. Il recente incendio dell’auto del sindaco di Corleto Perticara, Antonio Massari, potrebbe inserirsi nel solco di un crescente interesse della criminalità al mondo dell’energia, attorno al quale ruotano appalti milionari e posti di lavoro da incanalare nelle clientele. Saranno le indagini a stabilire chi e perché ha incendiato la vettura del primo cittadino, ma l’accostamento a tentativi di «pilotare» lavori e occupazione risulta automatico in un paese, Corleto, reduce dal caso dell’ex sindaco Rosaria Vicino, arrestata (ora è in libertà in attesa di giudizio): vicenda esplosa nell’ambito dell’inchiesta di marzo 2016 della Procura di Potenza che portò alle dimissioni dell’allora ministro Federica Guidi. Un filone d’indagine parallelo a quello che riguardò l’inquinamento del Centro olio di Viggiano: non veleni nell’ambiente, ma intrecci societari per mettere le mani sui lavori e assunzioni trattate come merce di scambio per le autorizzazioni. Un deja-vù del 2006, quando l’allora pm di Potenza Henry John Woodcock sconquassò i vertici dell’epoca della Total. Tempa Rossa era agli albori: quel terremoto giudiziario determinò la sospensione dei lavori per illeciti, il blocco e la ripresa degli espropri dei terreni per «pubblica utilità».

Il Centro olio ha resistito. Ha retto l’onda d’urto di carte bollate e incursioni dei magistrati. E ora è pronto per partire. Ma deve scrollarsi di dosso sospetti e ombre che si allungano inquietanti sul suo cammino. Una lunga sequenza di episodi dalla matrice violenta: atti vandalici, minacce, mezzi incendiati, l’auto rubata alla ditta che si occupa della sorveglianza di Tempa Rossa, la presenza nel cantiere di un personaggio accostato a cosche mafiose. Segnali che farebbero pensare a un processo di radicamento sul territorio di organizzazioni criminali.

Sullo sfondo il giallo di un presunto suicidio, quello dell’ex generale dei Carabinieri-Forestali Guido Conti, ingaggiato dalla Total come responsabile della sicurezza. Avrebbe dovuto prendere servizio l’1 novembre 2017, ma con la società petrolifera il rapporto di lavoro non è mai decollato: il 15 novembre la decisione di rassegnare le dimissioni e dopo 48 ore il ritrovamento del suo cadavere nelle campagne della provincia aquilana dove risiedeva. La Procura di Sulmona ha aperto un fascicolo giudiziario ipotizzando il reato di «istigazione al suicidio». Chi l’ha spinto a togliersi la vita? E perché? Domande che aleggiano anche su un altro strano suicidio sempre all’ombra del petrolio lucano, sponda Eni. Quello del dirigente Gian Luca Griffa, responsabile del Centro olio di Viggiano, autore di un memoriale, all’attenzione della Procura potentina, in cui scrive di suo pugno come le perdite dai serbatoi, oggetto dell’inchiesta «Petrolgate» del 2016, in realtà siano cominciate molto prima. E inutili sarebbero state le sue segnalazioni ai vertici.

S’indaga, si scava, si cercano indizi, prove, tracce. Ma il petrolio è melmoso quanto tentatore. Ingoia e spedisce nell’oblìo tutto ciò che gli capita a tiro. Cominciò nel lontano ottobre del 1962, quando precipitò l’aereo bimotore con a bordo il presidente dell’Eni, Enrico Mattei. Fino al 1994 si parlò di tragedia, poi prevalse la pista dell’attentato. Senza mandanti e senza colpevole. Allora come oggi.

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