Venerdì 20 Luglio 2018 | 09:01

Un caso che fa scuola

«Quella banca è
colpevole di usura»

Da un lato Sos Utenti Basilicata schierata in difesa di Michele Satriani e della sua azienda, la Socitel snc; dall’altro la filiale potentina della Banca Monte Paschi di Siena con in ballo i sei direttori che si sono avvicendati dal 1998 al 2006

usura

di CRISTIANA LOPOMO

POTENZA - Una sentenza che sta facendo - e continuerà a fare - scuola. Ha creato - come si dice in materia - un precedente giurisprudenziale e, ora, sono in tanti si stanno cominciando ad attivare per seguirne il tracciato. È stato un vero e proprio schiaffo in faccia: da un Tribunale alla periferia estrema dello stivale alla Banca più antica d’Italia e, di conseguenza, all’intero sistema bancario nazionale. Un po' come Davide contro Golia: da un lato, Sos Utenti Basilicata schierata in difesa di Michele Satriani e della sua azienda, la Socitel snc; dall’altro la filiale potentina della Banca Monte Paschi di Siena con in ballo i sei direttori che si sono avvicendati dal 1998 al 2006.

La Gazzetta del Mezzogiorno se ne era già occupata allora, nell’immediato: emessa a giugno 2017, dal Collegio penale del Tribunale di Potenza, la sentenza ha condannato, per la prima volta in Italia, un direttore di banca Mps riconoscendolo penalmente colpevole del reato di usura. Un dispositivo ampiamente motivato in 27 pagine che lascia intravedere solo la punta dell’iceberg della reale portata del fenomeno: come in questo, in mille altri casi analoghi in tutta Italia, il passo può essere davvero molto breve tra la condizione di sofferenza bancaria, alimentata dal fenomeno dell’usura bancaria ai danni di cittadini e imprese che versano in un’innegabile condizione di necessità, alla quale segue sempre la compromissione della propria reputazione presso la Centrale rischi della Banca d'Italia e poi, nei casi più sfortunati, la dichiarazione di fallimento che però, nel caso della società di Michele Satriani, il Tribunale di Potenza ha respinto.

Eppure era un’azienda florida, quella dei fratelli Satriani, specializzata nel campo delle installazioni elettriche e telefoniche, con un volume di affari annuo stimato intorno al milione e 800 mila euro. La dotazione di un ingente parco auto. Oltre una ventina i dipendenti. Buone, anzi ottime, commesse in tutta Italia e appalti anche con colossi del calibro di Enel e Telecom.

«Ci sono voluti più di 11 anni – racconta Michele Satriani – perché arrivassimo a capo di questa brutta vicenda: risolta nel giro di appena quattro mesi, grazie ad un Collegio giudicante e ad un Giudice che realmente hanno applicato la legge, tutelando così il cittadino e l'imprenditore. Anche se per la conclusione definitiva c’è ancora da aspettare, sono già molto soddisfatto. Spero che tanti colleghi imprenditori comincino ad avere una speranza. Preciso però, che non è stato per nulla facile arrivare a tale pronunciamento con cui un giudice ha finalmente riconosciuto chiaramente che sui conti correnti della mia azienda la banca ha praticato interessi usurari, con un delta tra il 22,07% annuale, fino al 47%, in entrambi i casi superiore al tasso soglia fissato dal Ministero del Tesoro fissato, in quel periodo, nella misura di circa il 14,73%. Sono stato costretto a licenziare i mei 23 dipendenti, buttare al macero mezzi e merce in magazzino, chiudere la mia azienda mandata avanti con tanti sacrifici e nemmeno una lira di finanziamenti pubblici».

È passato, anche, per lo sciopero della fame e della sete il signor Satriani che, oggi fa i conti con «un danno a dir poco incalcolabile» soprattutto per la perdita della serenità e quindi della salute. Situazione aggravata dal rischio che gli sequestrino casa, immobili e proprietà. «La banca mi ha rovinato la vita, mi ha calpestato. Adesso so, per certo, che solo grazie alla professionalità, ma soprattutto grazie alle «mani libere», dello staff di legali e dei tecnici che mi ha seguito siamo arrivati a questo risultato che, di certo, ci inorgoglisce. Sono un imprenditorie e resto fiducioso: tutto sarà risolto nel migliore dei modi».

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