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Giovedì 26 Aprile 2018 | 06:00

l'incontro

Emiliano e Quagliariello
tra appelli e quarte gambe
in attesa della «tempesta»

Emiliano e Quagliariello  tra appelli e quarte gambe  in attesa della «tempesta»

di Leonardo Petrocelli

BARI - Da un lato c’è l’appello rivolto dal governatore a Pietro Grasso e Matteo Renzi «per una alleanza strategica nei collegi affinché la sconfitta della sinistra non sia l’unico dato certo a urne chiuse». Dall’altro, la convinzione del senatore «che il centrodestra, forte di una “quarta gamba” centrista, sia l’unica soluzione percorribile per garantire la governabilità del Paese». Sono su fronti opposti il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e il leader di Idea, Gaetano Quagliarello, amici di lunga data e avversari nella scacchiera politica del Paese.

Ma per quanto la loro chiacchierata appaia cordiale, senza troppe spigolature, in vista della «tempesta perfetta» che si annuncia a marzo, nessuno, come afferma Emiliano, «può dirsi sereno». Un gioco di parole, in realtà, perché l’occasione che pone a dialogo i due interlocutori è la presentazione barese dell’ultimo volume di Quagliarello, Sereno è (Rubbettino, 2017), moderata dal direttore della Gazzetta, Giuseppe De Tomaso. Il volume è un «dietro le quinte» della legislatura ormai al tramonto, una delle più singolari e complesse della storia recente d’Italia. «La narrazione - esordisce De Tomaso - offre una visione ampia che la rapsodicità dei giornali non può garantire. A tratti, sembra di scorrere un giallo, con le notizie nascoste negli incisi e un killer che attende il lettore alla fine di una storia che continua ad arricchirsi di nuove trame. L’intera legislatura è stata costruita sull’equazione Berlusconi-Renzi. Ma forse le ultime fasi che stiamo attraversando ci raccontano di un Nazareno diverso con Gentiloni protagonista».

È l’intuizione che dirotta immediatamente il dibattito sull’attualità più stretta. Nonostante il volume indaghi il passato recente e qualche lembo di presente, è il futuro prossimo a stare a cuore ai protagonisti dell’incontro. «Stasera mi terrò la verità per me - esordisce Emiliano - e cercherò di andarci piano. Anche perché fare l’avvocato difensore del Pd è dura. Inoltre, siamo a un punto in cui poche cose hanno senso a cominciare dai programmi dei partiti. Quelle sono promesse di matrimonio, ma con questa legge elettorale chi può dire quale matrimonio si farà?».

Diversa l’aria che tira sulla sponda opposta. «Qualcuno mi prende per un pazzo romantico - spiega Quagliarello - ma io mi batto ancora per un centrodestra sul modello del Pdl con la Lega alleato esterno. La “quarta gamba” che stiamo costruendo avrà anche questa funzione, ma vedremo cosa verrà fuori alla fine delle trattative. Fitto? Il suo contributo è importante anche se mi viene da citare Battisti: ancora tu ma non dovevamo vederci più?». Il nodo, però, come ricorda De Tomaso, rimane quello delle alleanze con lo spettro di un accordo trasversale non sgradito a Berlusconi. «Possiamo dircelo - continua Quagliariello -. Silvio avrebbe preferito le larghe intese ad un governo con Salvini, non c’è dubbio. Ma Fi e il Pd, insieme, non hanno i numeri per governare. Può farcela solo il centrodestra, soprattutto qualora distanziasse di dieci punti l’avversario più votato». Una prospettiva, come ovvio, incoraggiata dalle divisioni che lacerano la sinistra. Emiliano si limita all’«appello tecnico», invitando le parti a superare i dissidi per la ragion di stato, e a una nota dolente su quel Pd che era, per struttura, «il partito più bello dell’Europa, una comunità ricca, variegata, cui anche da destra si guardava con ammirazione». Ma, oltre questa soglia, non si va. In altre parole, il governatore non attacca Renzi ed anzi, su questo, lascia la palla a Quagliariello. «L’ex premier - afferma il senatore centrista che, invece, ci va giù durissimo - non ha mai avuto il senso delle istituzioni. Lo compresi perfettamente quando, in occasione dell’elezione di Mattarella, distrusse la maggioranza che aveva costruito per riformare la Costituzione. E poi, guardando il suo partito che era, un tempo, una unione fra diversi, appare chiaro come l’abbia voluto ridurre ad una selezione di fedelissimi».

È uno schema, quello di Quagliariello all’attacco e di Emiliano che si autocensura, destinato a ripetersi poco dopo, quando De Tomaso chiude il confronto interrogando i relatori sul destino di Maria Elena Boschi: dovrebbe dimettersi? «Di certo - conclude il segretario di Idea - se ci fosse stato il vecchio Pd si sarebbe già dimessa. Ma ora le cose sono cambiate». Emiliano annuisce, senza aggiungere nulla. Nessuno è sereno, appunto.

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