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Domenica 21 Gennaio 2018 | 23:35

Vittima innocente

«Uccidete il primo che trovate»
così fu ammazzato Mizzi a Bari

Omicidio Mizzi: «Fu mafia» Spari in piazza per intimidire

BARI - Il boss del clan mafioso Di Cosola di Bari, Antonio Battista, ordinò ai suoi uomini di rispondere all’agguato subìto uccidendo un uomo, «il primo che trovate», del clan rivale Strisciuglio. Quella sera, il 16 marzo 2011, i killer per errore spararono a Giuseppe Mizzi, vittima innocente di mafia, scambiandolo per uno spacciatore. La ricostruzione di quel tragico evento è contenuta nelle motivazioni della sentenza di primo grado nei confronti di Battista (condannato all’ergastolo al termine di un processo celebrato con rito abbreviato perché, ritenuto il mandante del delitto) e di altri 59 affiliati al clan accusati di reati di associazione mafiosa, droga, armi ed estorsioni.

Per la morte di Mizzi, vittima innocente di mafia, è già passata in giudicato la sentenza nei confronti dei due esecutori materiali, Emanuele Fiorentino e Edoardo Bove, condannati rispettivamente a 20 anni e a 13 anni e 4 mesi di reclusione. La posizione di Battista come mandante era stata inizialmente archiviata, fino alle dichiarazioni di sua moglie, Lucia Masella, che dopo essere diventata collaboratrice di giustizia, aveva accusato il marito aiutando gli inquirenti della Dda a riaprire il caso. «Nella distorta e aberrante logica che muoveva il mandante dell’omicidio - scrive il gup nella sentenza - l'esecuzione del delitto doveva rappresentare il mezzo per riaffermare il predominio della sua figura, quale vertice del sodalizio mafioso, dopo l’onta subita».

Antonio Battista, infatti, nella primavera del 2011 era da poco uscito dal carcere e stava tentando di riappropriarsi del controllo del territorio riorganizzando il clan. «Aveva dovuto affrontare anche attacchi armati» ricostruisce il giudice, arrivando a decidere di "lanciare un segnale che al tempo stesso desse conto e riaffermasse la sua caratura criminale». Il 15 marzo 2011 sfuggì ad un agguato mentre andava in caserma a firmare e rimase ferito ad una mano. Disse che «avrebbe sistemato le cose» e quel giorno stesso convocò alcuni amici e ordinò di rispondere a quell'affronto ammazzando qualcuno del clan rivale. Bastarono 24 ore ad organizzarsi e la sera del 16 marzo, nella piazza centrale di Carbonara, Fiorentino e Bove uccisero Giuseppe Mizzi. «Abbiamo fatto, però non sappiamo chi abbiamo preso" dissero i due a Battista dopo l’agguato, stando a quanto riferito dalla moglie. Ma avevano sbagliato bersaglio, colpendo un innocente, forse scambiandolo per uno spacciatore del luogo che gli somigliava.

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