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Domenica 22 Aprile 2018 | 03:06

giustizia

Non abusò del figlio
Assolto dopo 5 anni

Accuse infamanti cadute Un disegno del genitore con una spada scatenò l'inferno

Non abusò del figlio Assolto dopo 5 anni

Giovanni Rivelli

C’è un’accusa peggiore, per un uomo, rispetto a quella di aver abusato del proprio figlio? È quello che è successo ad un uomo dell’hinterland potentino che ci ha messo ben 5 anni prima di vedere riconosciuta ieri da una sentenza del Collegio Penale di Potenza presieduto da Rosario Baglioni la sua innocenza («perché è stato provato che il fatto non sussiste» ci tiene a precisare l’avvocato Rocco Viggiano che lo ha difeso) rispetto all'accusa di aver fatto abusi del suo figlioletto di età di scuola elementare e ancor più delicato perché affetto da una malattia.

Una malattia, va detto a questo punto, che costringeva il bambino ad assumere farmaci che avevano portato a uno sviluppo precoce dei suoi caratteri sessuali. Una cosa che venne notata a scuola perché il bambino avrebbe iniziato a toccare le sue aree genitali e, come è normale (e giusto) che avvenga in questi casi, partì un percorso di presa in carico di approfondimento sociale.

La cosa, però, alla luce della sentenza di ieri, sarebbe poi sfuggita di mano. Nel senso che nei colloqui con i servizi sociali, il ragazzo avrebbe manifestato un forte affetto per la madre ma avrebbe mostrato qualche motivo di risentimento per il padre e nei disegni della famiglia che, in questi casi, vengono fatti fare ai bambini, avrebbe ritratto il padre con una sorta di spada all’altezza della cintola. Era una spada? All’epoca i pensieri andarono al peggio e insieme ad alcuni racconti del ragazzo che, quando gli veniva chiesto conto della sua propensione all’autoerotismo, avrebbe confusamente fatto riferimento al padre e al fatto che già «lo avrebbe fatto con lui in passato», partì la segnalazione per abusi. La ricostruzione era che l’uomo avrebbe masturbato il ragazzino approfittando dei momenti in cui restava solo con lui in casa perché la madre usciva.

Un’accusa che il padre (sostenuto anche dalla moglie) ha sempre respinto, adducendo il racconto fatto dal ragazzo a un comprensibile tentativo di giustificarsi rispetto a un comportamento per il quale si sentiva accusato.

Una lettura dei fatti che non è bastata comunque ad evitare il processo e l’uomo è stato così rinviato a giudizio ad ottobre dello scorso anno. In questi mesi i giudici hanno esaminato la situazione in tutti i suoi aspetti anche con l’aiuto di un consulente. E le deposizioni della madre, dello stesso ragazzino nel frattempo cresciuto e del consulente tecnico di ufficio, la psicologa Ciriaca Erika Cotugno, sono andate tutte nella stessa direzione, vale a dire l’innocenza del padre consacrata ieri da una sentenza le cui motivazioni saranno depositate in novanta giorni.

Un incubo finito per il genitore, anche se tanti interrogativi restano. Giusta la precauzione quando si tratta di minori, meglio un allarme in più che uno in meno, ma non si poteva far nulla per evitare a una famiglia un calvario di questa portata lungo cinque anni? In tutto ciò solo una consolazione: il ragazzino non è mai stato allontanato dalla sua famiglia, che è riuscita comunque a farlo crescere in una possibile serenità. Questo, forse, anche perché quell’accusa dall’inizio non sembrava così forte. E gli interrogativi si moltiplicano.

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