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Un capolavoro in stucco tra ulivi
e pescatori racconta la storia barese

Daniela Distefano: così il restauro del pannello di Barbieri

Un capolavoro in stucco tra ulivi e pescatori racconta la storia barese

di Giacomo Annibaldis

Ora fa da scenario a un tripudio di indumenti Ovs, ma originariamente era stato ideato per illustrare «le opere e i giorni» della terra di Bari. È il grande pannello - ancora visibile nel grande stabile di via Abate Gimma a Bari, firmato da Francesco Barbieri, noto artista salentino (1908-1973) che nel 1950 aveva realizzato il vasto fregio di stucco (36 metri quadri) per la sede barese della Banca commerciale, appena eretta su progetto dell’architetto Saverio Dioguardi (1949). Un’opera d’arte avvincente, che, insieme a una stele bronzea dalla variegata allegoria, impreziosiva il salone, a sua volta rivestito da pregiate lastre di marmi di Carrara e giallo di Siena, e che molti clienti dell’istituto di credito avranno ammirata per oltre mezzo secolo.

E c’è vera ragione per ammirarla: il fregio fu plasmato dal «Serpotta» pugliese in situ, con una tale freschezza compositiva, e raffigurando, con realismo mescolato a epico afflato, i simboli dell’attività agricola e ittica di Bari, il cui ritratto urbanistico appare accennato all’orizzonte. L’inaugurazione dell’opera meritò un letterario «commento» di Riccardo Bacchelli.

Stampato in un volume del 1951 con ricco corredo illustrativo, il commento del celebre autore del romanzo Il mulino del Po si presentava, in realtà, alquanto contorto nella sua parte iniziale, e neppure totalmente esplicativo delle variegate e complesse simbologie raffigurate; e tuttavia significativo nel cogliere il valore artistico dell’opera: arte che «canta», si esprimeva lo scrittore, «entusiasmo lirico»...

Eppure un’opera di tale pregnanza per la città ha rischiato di essere «oscurata» nella trasformazione della sede da banca a negozio di vestiario. Ma, per fortuna, è stata recuperata dal nuovo allestimento affidato ai progettisti Maurizio Ruscelli ed Elio Santamato, che ne hanno promosso un restauro conservativo, condotto da Daniela Distefano. Quel che spiace è che tale «salvataggio» d’arte, avvenuto un anno fa, sia passato del tutto sotto silenzio.

Una scrupolosa operazione di pulitura – dice Distefano –, con adeguato risarcimento delle parti mancanti, ha rimesso a nuovo il grande pannello di stucco. Sono ora più evidenti i minimi particolari. Soprattutto lo «sky-line» della città, come appariva agli inizi degli Anni ’50.

Stupiscono le scene che si mescolano e si sovrappongono: molte delle quali narrano la solerzia dei baresi, raccolte tra la figura di un pescatore, a sinistra, e il santo protettore Nicola, a destra, ambedue plasmati quasi a tutto tondo. Al centro, scene di viticoltura e un albero d’ulivo, su cui è appollaiato un genietto: il «fatuddo», lo chiama Bacchelli; ma Barbieri dà qui illustrazione, del tutto anticipatrice, di quell’icona a noi oggi molto nota di «genius loci». Bizzarro e infingardo, furbesco e cornutino, esso impersona perfettamente il baresaccio, con tanto di genitali all’aria.

E se i coni dei trulli di Alberobello fanno «pendant» con i cappelli degli antichi Peucezi (somiglianti, in realtà, più ai «guerrieri di Capestrano»), bisognerebbe interrogarsi sulle simbologie cretesi, sia del Minotauro seduto su una botte (nel pannello di stucco) che della caduta di Icaro (raffigurata nella stele bronzea), rimandi ai miti antichi di fondazione degli Iapigi nella nostra terra (il labirinto e Icaro, come anche suo fratello Iapige, avevano a che fare con Dedalo…). Fu lo storico Beatillo a riprendere la connessione tra Puglia e Creta, accostando la città di Bari allo stesso mito.

Ancora più singolare appare nel pannello la visione dell’Arca di Noè, ben delineata nel momento dello sbarco degli animali. Non sappiamo a quali fonti il Barbieri attingesse per indicare nell’Arca biblica un mito fondativo della città. Ma, come mi è capitato di annotare altrove, il nome Bari è etimologicamente assonante con quello dell’Arca, che in antico veniva definita «oros baris», la barca-monte. D’altronde la simbologia della città, anche sulle monete romane, era di una prua.

Insomma, come avrebbe indicato Bacchelli, l’opera sprigiona un’«armoniosa enciclopedia popolare, barese e pugliese». E per questo meritava di essere salvaguardata.

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PS. Ma la stele bronzea del Barbieri, che faceva “pendant” con il fregio di stucco, che fine ha fatto? Nel negozio non c’è traccia. Se è ora custodita in un deposito o in uno scantinato, non sarebbe meglio che la banca la affidasse a un museo cittadino? A quello civico o alla Pinacoteca?

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