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I controlli

Bari, il Comune stana
i finti poveri: già 44 casi

Scovate due famiglie che avevano ricevuti denaro anche dai privati. E anche altri hanno bluffato sui redditi. Obiettivo: revocare i benefici a chi non ne ha bisogno

Bari, il Comune stanai finti poveri: già 44 casi

ANTONELLA FANIZZI

Una famiglia ha preferito continuare a vivere in macchina, nonostante il Comune avesse offerto ai genitori e ai figli una sistemazione adeguata. Hanno rinunciato all’accoglienza in una struttura individuata dall’assessorato al Welfare anche una madre e una figlia che hanno ricevuto uno sfratto. Perché? Perché entrambi i nuclei familiari che avevano denunciato una situazione di estrema povertà e che avevano bussato ai servizi sociali per chiedere aiuto, non si trovano in una condizione di bisogno reale.

Il Comune avvia una indagine sui furbetti che non si fanno scrupolo di speculare sulla pelle delle migliaia di cittadini baresi che hanno difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena.
Così, relativamente al servizio di assistenza domiciliare, per il quale i controlli sono già partiti, si scopre che due persone hanno dichiarato redditi nettamente più bassi rispetto a quelli reali (quindi non riceveranno più alcun sostegno), che dieci persone hanno presentato un modello Isee sbagliato, che in 32 non hanno per nulla consegnato la certificazione. In altri casi, invece, è emerso che i sussidi venivano utilizzati per esigenze legate alla cura della casa.
Al pentolone dell’assistenza è stato tolto il coperchio: il monitoraggio servirà a smascherare coloro che beneficiano degli aiuti non dovuti a danno di chi ne ha diritto.

Amaro il commento dell’assessore Francesca Bottalico: «Anche per quanto riguarda il mondo degli invisibili, degli ultimi, costretti dalla vita e dalle circostanze più disparate a dipendere da un supporto esterno, esiste quel fenomeno odioso per il quale c’è gente disposta a mentire e a fare carte false pur di accedere gratuitamente a prestazioni e servizi pubblici in spregio a qualsiasi principio di solidarietà e di giustizia. È quanto accade con molti servizi pubblici, e il Welfare purtroppo non fa eccezione. Lo sanno bene i funzionari e gli operatori dei segretariati sociali impegnati nelle operazioni di controllo dei documenti consegnati per ottenere vari servizi come l’assistenza domiciliare, la concessione di contributi o l’attivazione di percorsi educativi in favore dei minori, per cui diventa fondamentale, nel rispetto dei principi di equità e giustizia sociale, la verifica dei requisiti per ottenere i benefici previsti dai regolamenti e rendere il Welfare sempre più diffuso, trasparente ed efficace».

A scovare i finti poveri è stata la rete creata dall’assessorato, che tiene insieme le associazioni e le parrocchie quotidianamente impegnate sul territorio. È il caso di una famiglia che anche attraverso la stampa aveva lanciato un appello all’amministrazione comunale affinché si facesse carico della situazione di disagio, già nota alla ripartizione Servizi alla persona. L’amministrazione ha più volte disposto l’intervento del Pis, il pronto intervento sociale, che puntualmente ha offerto alla famiglia tutte le soluzioni disponibili, ricevendo ogni volta rifiuti da parte degli interessati. Da un’analisi più approfondita e da un confronto con i parroci venuti a conoscenza del loro caso è stato accertato, inoltre, che la famiglia ha effettuato la stessa richiesta nei diversi Comuni in cui ha fatto tappa negli ultimi tempi: la richiesta è stata di somme di denaro che nulla hanno a che fare con l’assistenza offerta dai servizi sociali.

Dopo questo episodio, sono stati disposti controlli analoghi su altri nuclei familiari che, attraverso i social, avevano richiesto più volte l’intervento del Comune con esiti non dissimili. È il caso, per esempio, di una madre e di una figlia che più volte si sono rivolte alla stampa, nonostante fossero già seguite dai servizi sociali. A seguito dello sfratto, alle due donne era stato proposto l’accesso in una delle strutture di accoglienza comunali e l’avvio di un percorso di inclusione sociale e di assistenza sanitaria, con la possibilità di trovare una sistemazione pure per i loro animali grazie alla disponibilità di una rete di associazioni. Tutte prestazioni rifiutate dalle due donne che, mentre dialogavano con i servizi sociali e socio-sanitari, improvvisamente si sono rese irraggiungibili. Solo in un secondo momento è emerso che avevano ricevuto una mano da parte di privati. Le due donne, grazie all’attivazione di diversi attori istituzionali e ripartizioni comunali, sono comunque diventate beneficiarie di azioni di sostegno, come il Sia e il Red, ovvero misure di contrasto alla povertà e percorsi di inclusione socio-lavorativa.

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