Lunedì 25 Giugno 2018 | 21:42

Enel, quella lite con i prof
del Politecnico per le ceneri

Startup di docenti fa causa al colosso elettrico: «Rinunciò improvvisamente all'accordo per trattare gli scarti». Una lettura dall'inchiesta Arabe fenice

di Nicola Pepe

BARI - La centrale Enel di Cerano era interessata a smaltire in modo sicuro le «ceneri volanti» ma alla fine del 2010 decise di abbandonare una trattativa avanzata con una società di professionisti del Politecnico di Bari preferendo, evidentemente, la strada più conveniente del profitto derivante dalla vendita di tali scarti.

Si condisce di un nuovo dettaglio l’inchiesta «Araba fenice» che nelle scorse settimane ha portato al sequestro - con facoltà d’uso - della centrale Enel di Cerano, della Cementir e dei parchi loppa d’altoforno dell’Ilva di Taranto nell’ambito di una inchiesta della Dda di Lecce - 31 indagati - per traffico di rifiuti sull’utilizzo di scarti della centrale a carbone per il confezionamento di cementi.

La novità rimbalza dal Tribunale civile di Bari dove Enel ha in piedi una causa di risarcimento da parte di una società, Teta, costituita da professionisti del Politecnico di Bari. Una causa iniziata perché dopo 4 anni di trattative, il colosso energetico avrebbe deciso di abbandonare sul più bello il «matrimonio» per motivi economici e per aver deciso di risolvere «in house» il problema degli scarti, cosa che in realtà non sarebbe avvenuta.

Al di là del merito giudiziario della della vicenda - il contenzioso civile è alle battute finali - quel che desta più di una curiosità sono alcune coincidenze che si presterebbero a una lettura «incrociata» con gli esiti dell’indagine della Guardia di finanza di Taranto e della Procura antimafia di Lecce.

Spulciando tra le carte, emerge che dal 2006 Enel contattò alcuni professionisti del Politecnico, in particolare la Cattedra di Ingegneria ambientale del professor Lorenzo Liberti, per esaminare le varie tecniche di trattamento via via sviluppate nel mondo per ridurre il «loi» delle ceneri ammalorate al fine di consentirne l’utilizzo nei cementifici. Il «loi» rappresenta la parte di carbone incombusto che viene impiegato nelle miscele cementizie: dalle più pregiate a quelle più scarse, in funzione della percentuale di «loi» contenuta nelle ceneri. Il progetto di Enel, e della società Teta successivamente costituita, era quello di ridurre il «loi» delle ceneri al fine di renderlo appetibile al mercato italiano e straniero nel settore cementizio.

Fino a quel momento, Enel pagava 20 euro per smaltire quel cemento in alcune cementerie greche o in altri impianti. Nel nostro Paese le ceneri con un «loi» elevato (oltre il 9-10%) non sono utilizzabili e devono essere smaltite come rifiuto speciale, pericoloso e non, con un costo oscillante tra i 60 e i 120 euro.

Teta, che utilizzava un brevetto americano di una tecnologia in grado di rendere le ceneri volanti più «pregiate» (abbattendo la percentuale di «loi» al di sotto del 3%) propose a Enel un contratto che prevedeva il pagamento di 24 euro a tonnellata, rispetto alle 20 fino a quel momento pagate dal colosso energetico.

Teta, ovviamente, difese la sua offerta ritenendola congrua e vantaggiosa per Enel che avrebbe tratto profitto di immagine in ordine alla valenza ambientale della proposta. A ciò aggiunse l’onere di realizzare uno stabilimento nel territorio di Brindisi garantendo anche lo stoccaggio del materiale. Tuttavia il preliminare, alla fine del 2010, non si trasformò in un contratto ed Enel liquidò la sua scelta come una decisione dettata da esigenze di carattere economico e sulla volontà di realizzare in proprio alcune procedure di trattamento.

Quello che è accaduto poi è cronaca. Se quella del mancato contratto (con richieste di risarcimento milionarie) è una coincidenza, probabilmente lo sono anche le diverse iniziative giudiziarie avviate dalla procura di Brindisi su diversi episodi di smaltimento illecito di ceneri della centrale Enel di Cerano, che nel 2016 hanno portato alla condanna, tra gli altri, dei responsabili commerciali pro-tempore della gestione delle stesse. Terza coincidenza, l’inchiesta Araba fenice di qualche settimana fa.

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