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Venerdì 22 Settembre 2017 | 10:13

al petruzzelli fino al 21

Celeste Aida
trionfa l'opera a Bari

Pubblico entusiasta alla prima

Celeste Aida trionfa l'opera a Bari

di Nicola Sbisà

Nella secolare attività del Petruzzelli, l’Aida di Verdi è l’opera che può vantare il maggior numero di rappresentazioni, a cominciare dall’allestimento andato in scena il 16 aprile del 1903: ben oltre duecento!

A questo numero da record, si aggiunge ora – e prestigiosamente diciamo subito – l’edizione «mutuata» dal Teatro Regio di Parma. Un’edizione che è il brillante fascinoso risultato dell’impegno creativo di Alberto Fassini in collaborazione col regista Joseph Franconi Lee e l’apporto – determinante – delle scene e costumi di Mauro Carosi, le luci di Roberto Venturi e, va sottolineato, nell’allestimento barese delle coreografie del «nostro» Fredy Franzutti, impegnato come coreografo, col suo Balletto del Sud. Non sembri fuor di luogo esordire parlando dell’allestimento proposto dal Petruzzelli, dell’aspetto scenico ancor prima di quello musicale. L’Aida infatti è sicuramente l’opera che più di ogni altra si presta ad un impatto teatrale determinante rispetto al successo dello spettacolo, di pari passo con quello squisitamente musicale. Scene e costumi quindi di eccezionale rilievo.

E di questo ricco, colorito e fascinoso «prodotto», il pubblico che ha gremito il teatro ha subito apprezzato la consistenza, resa esemplare dalla valentia del cast (il «primo», in quanto la quotidiana proposta dello spettacolo, impone una comprensibile alternanza), apparso subito accortamente assortito dal punto di vista della possanza vocale e della esemplare naturale immersione nel disegno registico che prevedeva «in appoggio» un consistente «movimento» affidato a figuranti ed alcune estrose soluzioni (per dirne una: le trombe della marcia, ospitate in un palco lettera di seconda fila).

Nell’accorto e colorito disegno teatrale di Franconi Lee, la vicenda di Radames, Aida ed Amneris, si snoda così su uno sfondo di compatta e colorita corposità , che offre agli interpreti un ricco sostegno all’azione risultata accortamente pensata e realizzata: basti pensare alla scena del trionfo.

Quanto alle voci, va detto che ognuno degli interpreti è apparso a suo completo agio ed ha ridato vita al proprio personaggio con cogente veridicità. Appassionato e travagliato il Radames di Aquiles Machado, squillante e fremente ma anche capace di raccolti momenti espressivi; trepida e pur ricca di impennate caldamente appassionate quanto di dolenti accenti l’Aida di Maria Teresa Leva; esemplare nel rendere con finezza espressiva il travagliato carattere del personaggio di Amneris, Nino Surguladze. Ottimo attore e decisamente vigoroso vocalmente l’Amonasro di Elia Fabbian.

Ma, appunto, anche il resto del cast si è fatto compiutamente apprezzare per la istintiva padronanza del carattere dei singoli personaggi: Simon Lim nel ruolo di Ramfis; George Andguladze, il re; Marta Calcaterra, una sacerdotessa e Leon De La Guardia, un messaggero. Ma non si può non rimarcare una volta ancora la consistente resa dell’ottimo coro del teatro, magnificamente preparato da Fabrizio Cassi e pronto ad assumere al momento un impegno non soltanto vocale. Va rimarcata inoltre l’esemplare creatività delle coreografie di Franzutti , ben calibrate al carattere dello spettacolo.

A costoro va aggiunto un lungo e corposo elenco di figuranti, che hanno conferito al movimento scenico complesso ed articolato, una insinuante e apprezzata consistenza.

Uno spettacolo avvincente quindi sotto ogni punto di vista e che ha visto la direzione sensibile ed accorta, oltre che appassionata e competente di Giampaolo Bisanti, capace di compattare in un prezioso unicum tutti gli aspetti dell’allestimento, cui appunto la sua direzione ha conferito il «passo» giusto in vista dell’esito più positivo possibile.

Pubblico entusiasta e largo di consensi, in particolare dopo le «arie» canoniche, e nel finale. Si replica sino a giovedi 21.

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