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Martedì 23 Gennaio 2018 | 05:00

a Manfredonia

Un acquedotto del Neolitico
nella grotta Scaloria e Occhiopinto

Dopo le ricerche condotte dal gruppo archeo-speleologico guidato da Coppolecchia

acquedotto in grotta

MANFREDONIA - Risale all’incirca al 4.000 avanti Cristo, realizzato nel Neolitico un acquedotto rinvenuto nelle grotte Scaloria e Occhiopinto. Convinto assertore di questa teoria è Luigi Coppolecchia, presidente del Gruppo archeo speleologico ‘Città di Manfredonia’, scopritore della ‘Scaloria bassa’ e prezioso collaboratore del prof. Santo Tinè durante gli studi del complesso nel 1967.

Su tale argomento il confronto con gli ‘addetti ai lavori’ è aperto da tempo ma l’ufficializzazione, nonostante le numerose e autorevoli conferme e condivisioni, non è ancora arrivata, forse perché (absit iniura verbis) essa confuta l’interpretazione, condivisa da vari studiosi e archeologi, secondo cui nelle due grotte (facenti parte di un unico complesso carsico) si svolgeva semplicemente un rituale legato al ‘culto dell’acqua’: un’idea suggestiva e fascinosa che però non aveva mai pienamente convinto Coppolecchia: più e più volte è tornato in quelle caverne, procedendo allo stesso modo dei suoi antichi progenitori ovvero strisciando lungo i cunicoli di collegamento con l’esterno e valutando quanto potesse essere complicato riuscire a trasportare avanti e indietro i pesanti e ingombranti catini di terracotta posizionati per raccogliere acqua dallo stillicidio di stalattiti e rocce.

Coppolecchia sostiene che nel complesso Scaloria-Occhiopinto ci si trova di fronte ad una semplice eppure straordinaria opera dell’uomo (primitivo?) che, per far fronte alle necessità della vita quotidiana (acuite da una siccità protrattasi per secoli, come evidenzia un grafico sull’andamento del clima dal 10.000 a.C. fino all’anno zero), si era inventato un sistema semplice e pratico per raccogliere acqua e approvvigionarsi costantemente: “in diversi punti del complesso sono state rinvenute centinaia di conche scavate nella roccia calcarea, tra loro collegate da ‘inviti’ (solchi) che guidano l’acqua traboccante dalle vasche piene in quelle adiacenti e appena sottostanti. Laddove non era possibile scavare conche, venivano posti i vasi di raccolta, perché nemmeno una goccia della preziosa acqua andasse sprecata. Per portarla all’esterno - spiega Coppolecchia - è presumibile che utilizzassero degli otri, capienti ma soprattutto flessibili e in grado di strisciare contro le pareti del cunicolo senza rompersi. Tra l’altro, l’intero territorio del Gargano è disseminato di analoghi sistemi di raccolta di acque, con conche realizzate nella roccia lungo i percorsi degli armenti”.

Coppolecchia è certo della natura ‘artificiale’ di questo alveare di conche: “nelle grotte possono formarsi conche naturali, il cui termine tecnico è ‘marmitta’, per effetto di correnti di acqua o aria che muovono i detriti in senso circolare che a lungo andare scavano la roccia. Ma ciò non è dato rilevarlo nel complesso Scaloria-Occhiopinto in quanto non sono presenti ne’ correnti d’aria ne’ di acqua”. La natura artificiale di queste conche è stata avallata anche da un geologo che le ha osservate. Tale teoria, come riferisce il Coppolecchia, sarà oggetto di studio da parte di archeologi già informati e coi quali si è confrontato. [Anna Maria Vitulano]

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