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Giovedì 24 Maggio 2018 | 04:27

Qui sul Lungomare dove tutte le cose hanno un solo destino

Alberto Selvaggi: limite celestiale dell'infinito

Prosegue la nostra consueta «serie» quotidiana estiva che accompagnerà i Lettori per tutto il mese di agosto. Abbiamo chiesto a scrittori, giornalisti e personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo di rievocare i propri ricordi o suggestioni del Lungomare di Bari.

di ALBERTO SELVAGGI

Il lungomare è il luogo sul quale tutto finisce. E mostra pertanto quella che è in sostanza la vita. In questo senso, cimitero delle anime e sponda degli esseri risolutiva, esprime in tutto ciò che è degenere, reietto e sfinito, una grandezza filosofica che potremmo paragonare a Dio.

Tra i frangiflutti, con occhi di topi assetati atterriti, si nascondevano negli anni Novanta gli sbarcati albanesi, venuti da un’altra era, al termine della loro notte. Fra gli stessi massi balzano ratti dalle zampe di gatto, ultimo anello digestivo della catena alimentare cittadina, comprese corone sfaldate di cristalli di cocaina. Ai piedi della balaustra beccheggiavano i cadaveri negri degli scampati dalle guerre al machete, bestiali più delle nostre, infinitamente più crudeli di quelle combattute con i razzi pilota dai bianchi che della supremazia facevano impero.

Là, sul lungomare, anzi qui, se adesso pendi come un salice dalle ringhiere, ancor più se sei sceso lungo i gradini dei piccoli approdi per pescivendoli che hanno sostituito da decenni i vespasiani, chiusi anch’essi in virtù della nuova regola dogmatica e miope, puoi sentire fremere di decomposizione le alghe, spinte alla morte dalle correnti ultime, a loro volta generate dalle prime. E nell’aroma fetente che spande dalle masse marine, sentire dentro di te quello che è chiaro anche alla vista: questo è il mondo. Tutte le cose hanno un solo destino.

Certamente non è una considerazione rasserenante. Ma è una verità inestinguibile. È sicuro che quel pesce che vedi a ventre all’aria, o l’altro che si muove ancora per galvanismo, quella ragione fisiologica che sedusse l’ispirazione dei letterati perversi, ha lasciato la vita e si abbandona alla vita. Non ha più tempo per pescare bucce di pomodoro e molliche.

Questa è anche la sorte che spetta alle vagine, frutti sgraziati della vita. Lì in vendita su tufi utilizzati come sedili, schiacciate sopra sedie di plastica bianca, o stirate da gambe dell’Est che passeggiano davanti ai bordelli del dispiacere. Dopo San Giorgio. O al principio, incorniciate negli usci delle casette dalle pareti di pelle di geco, al confine di Torre Quetta, davanti all’ultimo ingresso, quello della Scuola surf, con i gozzi spiaggiati chiglie al cielo, accanto ai cessi alla turca, protette dai negri delegati alla guardiania che scrollano spalle di bestia ciondolando davanti alle stamberghe illuminate da orgasmi freddi, sospese nell’aria, qualche volta nel vento sotto gonne cortissime, davanti ai padri che vanno e vengono, famiglie al seguito, dalla strada al lido attraverso il cancello cercando il fresco, figliolette in spalla: «Buonasera» «Salve, buonasera». E anche questa merce carnivora è lì sparsa, venduta all’usato per l’ultimo fine. Sul lungomare dove finisce la vita. Dove l’illusione si perde. Dove la realtà fa i conti e i conti sono sempre gli stessi. Dove la supposizione si perpetua senza risolversi, come il galleggiare ritmico di limoni sputati da cinghiali allo spiedo sulle spiagge del Montenegro, come scorze d’anguria rosicchiate dai denti di giovani e vecchi, comunque male in arnese. Perché questa è la vita, fosse anche stupenda. Questo è il sistema organico della congerie di cose, credenze, pensieri, azioni, singulti eternizzanti artistici che chiamiamo vita, mondo, apparenza, specchio speculare della verità, ombra cadente di simulacri che condividiamo per andare avanti, qua sul lungomare, sotto la volta di buio o di stelle.

Non li vedi? Qui vengono a concludere la giornata i baresi e i pellegrini della provincia, nella ressa della movida che cerca parcheggio, o attorno ai tavolini nel torpore di pizze: e terminare le ventiquattr’ore è un po’ come terminare la vita. La convenzione del tempo è relativa. L’ultima classe sociale, gli zingari, mette casa nei ruderi facendo salotti dei balconi senza ringhiera, tanto che osservando capisci che per campare non serve niente.

Qui uno viene dopo che si è fatto di qualcosa. Si sta meglio, sia eroina fumata, md, ketamina, acido, erba soprattutto, il fumo meno, e pasticche. Qua sul lungomare vengono quelli che hanno fatto l’amore per ripensare al gioco esaurito. Qua vengono i disgraziati o le cornute dell’amore perduto, e anche, assolutamente, quelli dell’amor di lontano, come voleva il malinconico concetto medievale speculativo. Qua vengono i senza amore, e pensano: ho trascorso una vita senza amore. Sì, è vero in effetti, ma non credere che poi cambi un granché.

E anche tu sei qui come gli altri, sul lungomare dove tutto si estingue. Magari, se vuoi, ricomincia. Ma certamente dal capolinea di un ciclo. Non li vedi, perfino tu che hai occhi di ingenuo, o comunque di poco sensibile alla percezione dei vizi, gli ubriachi? Là in panchina, occhi languenti, teste recline, labbra impastate di succhi etanolici, a fissare l’inguardabile. Quello che chiamiamo orizzonte, perché non abbiamo altri termini per tradurre una presenza impalpabile come quella. L’orizzonte dietro il quale, oltre il quale immaginiamo tutto ciò che non significa. Spiaggia di salvezza. Limite celestiale, irraggiungibile, impensabile come l’infinito.

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