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Sabato 16 Dicembre 2017 | 04:12

produzione in base al Dna del paziente

Foggia, ad Agraria il cibo
si crea con la stampante 3D

Foggia, ad Agraria il cibo  si crea con la stampante 3D

di Anna Langone

FOGGIA - Parte dal dipartimento di Agraria dell’università di Foggia il primo esperimento in Italia di alimenti fabbricati con stampante 3D. È il gruppo di ricercatori della professoressa Carla Severini a lavorare alla produzione di alimenti «customizzati», cioè personalizzati. La stampa 3D è nata per produrre oggetti di plastica, di recente è stata utilizzata in medicina per la produzione di protesi, ora gli alimenti. Il criterio è quello che si sta sviluppando per i farmaci: la produzione in base al Dna del paziente. Anche il cibo può essere realizzato partendo dal Dna del consumatore, per arrivare ad alimenti che rispondano alle necessità di particolari categorie, come anziani con difficoltà di masticazione, o persone sane, come i bambini in fase di crescita (6-11 anni), che hanno problemi a mangiare verdure e legumi.

Nel laboratori di ricerca di Agraria sono stati già realizzati biscotti dalle forme originali che contengono frutta, legumi, latte in polvere e funghi, preziose fonti di calcio, ferro e vitamina D che può assumere anche una persona che ha difficoltà ad alimentarsi, vista la consistenza soffice del dolcetto, più gradito del minestrone a bambini che fanno capricci a mangiare le verdure. La scoperta, divulgata anche all’estero dai lavori scientifici realizzati dal team di Agraria, vede i ricercatori partire dal disegno del prodotto da stampare progettato tramite computer. I dati relativi alla forma da stampare vengono inviati attraverso un software specifico alla stampante, che in questo caso è un microestrusore che si muove in tre dimensioni: dal microestrusore fuoriesce il sottile filamento dell’impasto alimentare. Infiniti gli sviluppi industriali, ma non si pensa a produzioni su larga scala: «Si va verso un uso domestico, attraverso stampanti simili a fornetti commercializzati per le famiglie, oppure nella ristorazione collettiva, in mense scolastiche o ospedaliere», dice la professoressa Severini.

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