Venerdì 20 Luglio 2018 | 20:36

bruttissimo caso nel Potentino

Ex suora fatta schiava
e lasciata morire
In sette davanti al Gup

La storia di Santina Lofrano ceduta per lavorare in cambio di un piatto di cibo, e poi, dopo una frattura al femore, costretta a strisciare fino al letto e abbandonata a morire

suora

di GIOVANNI RIVELLI

POTENZA - Forse aveva scelto di finire la vita monacale per cercare quella libertà che 30 anni di convento non le avevano concesso ma ha finito i suoi giorni in schiavitù, ceduta per lavorare in cambio di un piatto di cibo, e poi, dopo una frattura al femore, costretta a strisciare fino al letto, rimasta nella sporcizia delle sue deiezioni e infine abbandonata a morire in un ospedale.

È un racconto di una crudeltà inumana quello della storia di Santina Lofrano, originaria di Francavilla in Sinni. Un racconto ora al centro dell’udienza preliminare partita davanti al Gup Michela Tiziana Petrocelli, a cui il Pm Laura Triassi ha chiesto il processo per 7 persone, 4 delle quali accusate addirittura di averla ridotta in schiavitù con «poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà», per fatti accaduti tra inizio 2010 e fine 2013.

Tutto, secondo l’accusa, avrebbe avuto origine da due lontani parenti, i coniugi Paolo Madoglio, 74 anni di Rocca Imperiale, e Maria Ferraiuolo, 70 anni di Francavilla (difesi dall’avv. Vincenzo Bonafine). Avrebbero approfittato di una deficienza psichica della Lofrano per indurla a vendere la propria casa di Francavilla per appropriarsi del ricavato e comprarsi un immobile a Rocca Imperiale, quindi l’avrebbero privata della libertà e prima, condotta presso una famiglia del Cosentino a fare la badante (impossessandosi sia della retribuzione ricevuta che della pensione che l’anziana percepiva) poi l’avrebbero trasferita «presso l’agriturismo “La Collinetta” di Nova Siri, dei coniugi Ferrara-Corrado cui cedevano la Lofrano (poi deceduta) unitamente alla sua pensione». Una cessione, come fosse un oggetto, che avrebbe portato anche i coniugi Filomena Carla Bruna Corrado e Pierlucio Ferrara, titolari dell’agriturismo, (difesi dall’avv. Vincenzo Guida) a rispondere delle accuse di aver «schiavizzato» la donna e in più di averla maltrattata arrivando all’episodio che ne determinerà la morte. Prima, infatti, la costringevano a vivere nascosta e a lavorare senza restribuzione mentre Corrado si faceva delegare a riscuotere la pensione appropriandosene. Il tutto, affermano i Pm, con «quotidiane e continue umiliazioni, minacce, privazioni e vessazioni». Ma il culmine si sarebbe raggiunto quando, a seguito di una caduta in casa, la Lofrano (alloggiata in un edificio staccato dall’agriturismo) si fratturò femore e anca. La donna, strisciando, avrebbe raggiunto la casa di Ferrara per chiedere cure, ma le sarebbero state negate e così, sempre strisciando, sarebbe ritornata a nella sua stanza, nel suo letto, dove è rimasta priva di assistenza tra le sue stesse feci fino a quando la Corrado non la portava in ospedale a Policoro dove sarebbe stata abbandonata.

Minori le accuse rivolte agli altri tre imputati, i figli di Madoglio e Ferraiuolo, Giovanna e Angelo Antonio, e la moglie di questi, Rita Gallo (difesi dall’avv. Bonafine). Sono accusati di aver in qualche modo cooperato coi genitori beneficiando degli ingiusti profitti e di aver poi provato a dissimularne la provenienza.

La discussione continuerà ora nell’udienza dell’8 novembre dopo che l’avv. Guida ieri ha sollevato delle eccezioni preliminari (a lui si è contrapposto il legale dei familiari della Lofrano, l’avv. Vito Forte). Poi toccherà al Gup prendere la prima decisione su una storia dai contorni agghiaccianti.

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