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Giovedì 19 Aprile 2018 | 19:30

futuro che arranca

La Basilicata non innova
pochi soldi e tutti pubblici

«Verdetto» degli indicatori di sviluppo Istat: scarsi investimenti in ricerca, pochissimi gli addetti in aziende ad alta tecnologia

ricerca

di GIANNI RIVELLI

Di retorica se ne è fatta tanta: bisogna superare la fase industriale e passare direttamente a quella digitale, la Basilicata non più terra di pastori ma proiettata all’innovazione ecc. La realtà è che, R&S (ricerca e sviluppo) arrancano le imprese non investono, gli enti viaggiano col freno a mano e anche la scuola sta un passo indietro anche nel (banale) rapporto tra studenti e computer disponibili: c’è un Pc ogni 11,2 studenti contro i 9 di media nazionale.

Pochissimi gli addetti Una verità cruda e amara quella rivelata dagli «indicatori di sviluppo» appena aggiornati dall’Istat. Nella Basilicata dei pochi occupati, sono pochissimi quelli che si occupano di ricerca e sviluppo: 1,6 ogni mille abitanti (nel 2013, ultimo dato disponibile), il dato più basso d’Italia (nel Paese la Media è 4,1) e anche in calo rispetto a dieci anni fa (2007) quando il pur modesto 2 per mille era comunque qualcosa in più. E in termini assoluti, i dati diventano risibili: 924 persone lo 0,37 per cento del totale degli addetti a ricerca e sviluppo in Italia e tutto questo tra università, pubblica amministrazione, istituzioni no profit e imprese. Anni luce di distanza, ad esempio, dalla Lombardia che con il suo 5 per mille conta circa 50mila addetti a ricerca e sviluppo, la popolazione di un’intera città.

A crede poco nella innovazione sembrano essere proprio le imprese. Appena 99 gli addetti destinati a queste attività in regione, praticamente è possibile fare l’appello. Va meglio nell’Università (388) ma anche qui il dato è in calo rispetto al 2007 quando erano 478. Il grosso, invece, è nella pubblica amministrazione che si dimostra anche in questo settore «totalizzante», con i suoi 428 addetti (più di 4 volte quelli dell'impresa) ma che evidentemente ancora non riesce a trasferire cultura e benefici al sistema produttivo. E il dato si completa di 22 addetti alla ricerca nel settore no profit.

Investimenti scarsi Anche l’ipotesi che ci sia poco personale perché si preferisca puntare su una ricerca «esternalizzata» cade alla lettura dei dati sugli investimenti: la Basilicata spende in ricerca e Ricerca e Sviluppo lo 0,57 del suo prodotto interno lordo (peggio di noi fanno solo la Calabria con lo 0,55 e la Val d’Aosta con lo 0,40) a fronte di una media Italia dell’1,31. Da sottolineare che questo dato è direttamente correlato a un valore economico, il Pil appunto, che in Basilicata è già basso. Il risultato è che la Basilicata spende appena 61 milioni di euro in ricerca e sviluppo, lo 0,29 della spesa nazionale, a fronte dei 175 milioni della «statisticamente peggiore» Calabria o agli oltre 4 miliardi e mezzo della Lombardia (1,3% per Pil).

È tutta spesa pubblica Anche in questo caso, i dati rivelano come l’attività di R&S sia tutta pubblica, quasi un esercizio teorico che non trova applicazione nella pratica dell’impresa. Le aziende, infatti, impiegano in questo settore un eloquente «0,05%» del loro Pil, nemmeno 5 milioni l’anno (a livello nazionale siamo allo 0,7%), a fronte dello 0,51 di spesa pubblica (0,55 dato nazionale), diviso tra i 25 milioni investiti in proprie attività dall’Università e i 30 milioni della pubblica amministrazione. E si si considera che nel dato lucano ci sono anche le attività di grandi gruppi internazionali, è facile capire che nella maggior parte delle aziende lucane il valore è uno zero assoluto.

Innovazione al palo Oltre a non produrre innovazione, non la impieghiamo nemmeno. La spesa per addetto, in questo campo (dati 2012), è di 2.200 euro l’anno (3.700 di media nazionale) un totale per le imprese lucane di 27 milioni, lo 0,11% dei circa 23 miliardi e mezzo spesi nel Paese. E così il sistema produttivo resta indietro. Gli occupati nei settori ad alta tecnologia sono appena l’1,7% del totale, esattamente la metà della percentuale nazionale, vale a dire che in tutta la regione l’alta tecnologia produce 3mila posti di lavoro. Ed anche questo dato è un dato da prendere con prudenza. Perché se nel 2014 la Basilicata ha dato segnali di speranza con la nascita di 9,6 nuove aziende su cento (in totale 673) in settori produttivi ad alta conoscenza rispetto alle precedenti (che pure erano poche) superando la media nazionale del 9,1, va pure aggiunto che questo tipo di aziende da noi hanno un tasso di mortalità più alto che nel resto del Paese. Se, mediamente, su 100 aziende «ad alta tecnologia» nate in Italia dopo 3 anni ne restano attive 48,6, da noi la percentuale scende al 43,7. Come dire che delle 673 aziende innovative nate nel 2014 alla fine di quest’anno ce ne resteranno 294, con le altre finite nel nulla con le relative quote di spesa e incentivi.

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