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Mercoledì 25 Aprile 2018 | 14:31

La vendita del siderurgico

Ilva, nel piano Mittal Marcegaglia
spuntano oltre 2400 esuberi

Garantiti 600 milioni in più rispetto ad AccaItalia per il fitto-acquisto del complesso industriale. Ma nella relazioni al Governo...

Ilva, nel piano Mittal Marcegagliaspuntano oltre 2400 esuberi

MIMMO MAZZA

TARANTO - Più che delle garanzie ambientali e industriali, potettero i soldi. I 600 milioni di euro in più - milione in più milione in meno - che Am Investco (formata da Arcelor Mittal e Marcegaglia con la politicamente pesante partnership di Banca Intesa) ha messo sul piatto rispetto ad AcciaItalia (Jindal-Arvedi-Cdp-Del Vecchio) per rilevare prima in fitto (causa sequestro ancora in piedi) e poi come acquisizione vera e proprio il complesso industriale dell’Ilva.

I commissari straordinari dell’Ilva Enrico Laghi, Piero Gnudi e Corrado Carrubba hanno proposto al comitato di sorveglianza prima e al Mise poi di affidare il complesso aziendale ad Am Investco, dando così peso decisivo nella scelta all’offerta economica, agli 1,8 miliardi di euro proposti che andranno a sfamare la massa passiva cresciuta fino a quasi 3 miliardi di euro al tribunale fallimentare di Milano. Ma soddisfare, sia pure parzialmente, i creditori (come chiedeva tra gli altri Confindustria Taranto, non a caso sponsor di Am Investco) non significherà fare felici tutti, stando a quanto si legge nelle relazioni redatte dai consulenti della struttura commissariale dell’Ilva.

Come la Gazzetta è in grado di rivelare, nelle relazioni i giudizi positivi per quanto riguarda il piano industriale e quello ambientale sono tutti per AcciaItalia che ha offerto di meno, è vero, sul fronte del prezzo di fitto-acquisto ma che ha fornito maggiore garanzie sul versante occupazione e di sostenibilità produttiva.

Secondo la relazione inviata al Mise, Am Investco intende terminare l’attuazione di tutte le prescrizioni ambientali entro il 23 agosto 2023. La sostenibilità del piano ambientale di Am Investco, alla luce del piano industriale presentato, coincide solamente con i criteri minimi riportati nel parere del Ministero dell’Ambiente senza altri interventi migliorativi presenti invece nel piano di AcciaItalia che intende terminare l’attuazione di tutte le prescrizioni ambientali entro il 31 dicembre 2021, ovvero con un anno e mezzo di anticipo rispetto alla concorrenza. La sostenibilità del piano ambientale di AcciaItalia, alla luce del piano industriale presentato, è sostanzialmente migliorativa - si legge nella relazione - rispetto ai criteri minimi riportati nel parere del Ministero dell’Ambiente. Per quel che riguarda la sostenibilità ambientale a regime, dopo il 2025, dei piani industriali dei due player, per Am Investco non è contabilizzato il contributo della logistica delle bramme agli inquinanti totali. Il piano industriale di Acciaitalia a regime prevede una produzione di 10 milioni di tonnellate l’anno di acciaio liquido e 10800 unità di personale impiegato (poco più degli attuali dipendenti dell’Ilva) mentre il piano industriale di AM Investco a regime prevede una produzione di 8 milioni di tonnellate l’anno di acciaio liquido e 2,2 milioni all’anno dibramme con l’impiego di 8480 unità di personale. Una differenza di quasi 2400 posti di lavoro.

Ma non solo, perché questi sono i numeri dichiarati. Secondo la relazione Ilva, dall’analisi del piano industriale di Am Investco emerge l’assenza di investimenti per il rifacimento dell’Altoforno 2 che potrebbe causare la mancata produzione di 1,85-2 milioni di tonnellate all’anno di ghisa nel siderurgico di Taranto. La differenza tra produzione dichiarata e lo scenario descritto determinerà l’esigenza di bramme e coils da terzi. Considerato che il parametro di riferimento occupazionale corrisponde a circa 1.000 persone per ogni milione di acciaio liquido prodotto, se si confronta tale dato con il livello produttivo risultante dal piano degli investimenti tra il 2018 e il 2023 (riapertura dell’Altoforno 5), secondo la relazione Ilva l’assenza dell’altoforno 2 comporta un esubero di circa 2.000 persone all’Ilva Taranto rispetto a quanto indicato dal piano proposto. Dall’analisi degli investimenti tecnici emerge, poi, che l’altoforno 1 verrà ricostruito con un investimento previsto della durata di tre anni e dimensionato per 45 milioni di euro che non sembra coerente con il rifacimento dello stesso con conseguente ulteriore riduzione della forza lavoro tra 1800 e 2000 persone.

Il sottoutilizzo dei tubifici per i mancati investimenti sulle acciaierie può, inoltre, concorrere a compromettere ulteriormente il livello occupazionale indicato. Ballano, insomma, sul fronte occupazionale numeri importanti, passati però - almeno per il momento - in secondo piano rispetto ai 2 miliardi offerti da Am Investco per rilevare l’Ilva. Lecito aspettarsi martedì al Mise, durante l’incontro convocato dal ministro Calenda con i sindacati di categoria, un confronto anche e soprattutto sui posti di lavoro che garantirà l’Ilva futura targata Mittal-Marcegaglia.

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