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Domenica 20 Agosto 2017 | 19:13

Dalla Favera all'Università di Foggia

«Passi da gigante
contro i tumori»

Riccardo dalla Favera

Riccardo dalla Favera (foto Panico)

FOGGIA, - «La prima cosa da dire è che ci sono più di 400 tipi diversi di cancro. Ci sono tipi di cancro che sono ancora inaffrontabili, letali come il cancro al cervello, al pancreas e al polmone, ed altri più abbordabili come linfomi e leucemie, cancro alla mammella e al colon che sono curabili». Lo scienziato italiano Riccardo Dalla Favera, docente e director dell’Institute for Cancer Genetics Columbia University, è ospite d’onore della II edizione del Festival della ricerca e dell’innovazione organizzato dall’Università di Foggia e coordinato dal professor Cristoforo Pomara. Dalla Favera, nato a Legnano 66 anni fa ed espatriato a New York nel 1989, è ritenuto un’eminenza nello studio dei linfomi. 

Dalla Favera ha fatto il punto sulla situazione attuale nella lotta al cancro. «Molto dipende dal tipo di cancro. Nella ricerca, negli ultimi 30/40 anni - ha detto - si sono fatti passi da gigante nel capire come il cancro si sviluppa. Ora sono gli anni d’oro di sviluppo di nuovi farmaci, più mirati su ciascun tipo di cancro, al meccanismo che lo ha generato». «Credo - ha concluso Dalla Favera - che ci troviamo di fronte agli anni d’oro della terapia, anche se c'è ancora molto da lavorare e non abbiamo idea di quanto tempo ci vorrà prima che si possa dire di aver sconfitto il cancro».

«La fuga dei cervelli viene vista soprattutto in senso negativo. Invece direi che nel mondo moderno bisogna aspettarsi che i giovani, specialmente nella ricerca, cerchino all’estero un’esperienza completa di esposizione a vari sistemi», ha poi spiegato il ricercatore. «Detto questo, è vero che in Italia è preoccupante non tanto il numero dei giovani che vanno all’estero, quanto i pochissimi che sono disposti a ritornare, specialmente quelli più bravi. Negli Stati Uniti e in altri Paesi europei, coloro che si affermano rimangono lì. In termini di competenza e di talento, l'Italia non è seconda a tante nazioni. Da noi è più un problema organizzativo, perché l’Università non è ancora basata sulla meritocrazia. Le infrastrutture sono un po' carenti e il badget nazionale di supporto alla ricerca non è a livello di altri paesi. Di motivi, come si può vedere, ce ne sono parecchi».
«Dovendo dare dei consigli ai giovani, direi che per la ricerca si deve avere tanta passione, lo stimolo deve essere continuo e, soprattutto all’inizio, pensare poco alla carriera ma molto alla educazione».

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