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Giovedì 26 Aprile 2018 | 09:42

chiuse le indagini

Sette indagati
per la statale 172

Tra le accuse, l'attentato alla sicurezza stradale

statale 172

di FRANCESCO CASULA

Avvelenamento colposo di acque e lesioni personali colpose, ma anche attentato colposo alla sicurezza stradale e diverse violazioni alla normativa ambientale. Sono le accuse formulate a vario titolo dalla Procura di Taranto nei confronti degli indagati nell’inchiesta che ha portato il 12 febbraio dello scorso anno al sequestro del tratto stradale tra Martina Franca e Locorotondo della statale 172 dei trulli per il rischio di crollo dovuto all’accumulo di liquami nel sottosuolo.

Il pubblico ministero Lanfranco Marazia ha notificato nei giorni scorsi l’avviso di conclusione delle indagini preliminari con nuove accuse nei confronti delle persone coinvolte.

Nel registro degli indagati sono finiti in sette. Oltre all’ex amministratore delegato di Aqp, Nicola Costantini, al suo successore, Lorenzo De Santis, al responsabile dell’impianto, Fabrizio D’Andria, al dirigente della macro area dell’Aqp che comprende Taranto e Brindisi, Liborio Marcello Rainò, e il direttore operativo delle reti e fognature dell’Aqp, Giuseppe Valentini, nell’inchiesta risultano coinvolti anche due dirigenti dell’Anas: si tratta di Nicola Marzi, 58enne capo compartimento di Bari, e Carlo Pullano, anch’egli 58enne con la funzione di responsabile dell’Area tecnica esercizio dell’Anas. Nei confronti di questi ultimi due, però, il pm Marazia ha contestato esclusivamente il reato di attentato colposo alla sicurezza dei trasporti. In sostanza, secondo il magistrato inquirente, Marzi e Pullano insieme agli vertici dell’Aqp già indagati, «ponevano colposamente in pericolo la sicurezza dei pubblici trasporti per effetto del progressivo cedimento del rilevato stradale e del crollo in più punti del muro di contenimento» sull’arteria stradale. In particolare, i vertici di Aqp avrebbero «immesso gli effluenti del ciclo di depurazione nello scarico al sottosuolo» mentre i due dirigenti Anas avrebbero «omesso qualsivoglia intervento di prevenzione e messa in sicurezza» del tratto stradale «la cui progressiva saturazione aveva determinato ripetuti fenomeni di impaludamento e infiltrazione degli effluenti nel terreno sottostante». I danni causati dal malfunzionamento del depuratore, quindi, hanno arrecato secondo la Magistratura numerosi danni al territorio e in particolare alla falda e ai pozzi che si trovano nel tratto tra Martina Franca e Locorotondo.

Ai vertici di Acquedotto Pugliese, in particolare, è contestata l’ipotesi di reato di non aver posto in essere le azioni necessarie per garantire il buon funzionamento dell’impianto di depurazione che così avrebbe scaricato sostanze inquinanti e nocive come «nitriti, ferro, piombo ed escherichia coli». Un problema che tuttavia dopo l’intervento della Magistratura e le azioni immediate della Regione Puglia (sono inyervenuti il overnatore Michele Emiliano e la dirigente Barbara Valenzano) ha permesso di risolvere. L’impianto di depurazione, infatti, da qualche mese è stato ripristinato. Resta invece da risolvere il problema legato al cosiddetto inghiottitoio, cioè l’ultima parte del sistema sotterraneo che scarica ancora nella falda. Le autorità e amministrative hanno ottenuto dal pm Marazia una proroga al dissequestro. Alla Procura è infatti stato presentato un progetto per risolvere anche questa problematica, ma le lungaggini dovute al complesso iter amministrativo richiede tempo. Il tratto stradale tra Martina Franca e Locorotondo, tuttavia è ancora sotto sequestro e quindi interdetto al traffico. Dal 30 agosto scorso il traffico è stato deviato su una «bretella» provvisoria.

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