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Sabato 21 Aprile 2018 | 03:58

Flessibilità, Renzi come Juncker

Le clausole sugli investimenti in realtà spostano solo nel tempo i tagli alla spesa pubblica ma non consentono all'Italia di superare la soglia del 3% del deficit. Il vero nodo sta nei fondi Ue

Flessibilità, Renzi come Juncker

di Andrea Del Monaco*

Per l'europarlamentare tedesco Weber, Matteo Renzi "sta mettendo a rischio la credibilità europea a vantaggio del populismo". Weber, capogruppo del PPE al Parlamento Europeo, è intervenuto martedì 19 in Assemblea Plenaria. Quando parla Weber parla Angela Merkel. In realtà il vero oggetto del contendere è la sovranità nazionale italiana sul bilancio, sulla politica estera e sulla politica energetica. Secondo molti commentatori l'ostilità di Bruxelles, Parigi e Berlino verso Renzi è paragonabile all'ostilità verso l'allora premier Berlusconi nel novembre 2011. L'attacco allo spread BTP/BUND non ebbe come cause il rischio fallimento dell'Italia o i processi a Silvio Berlusconi. Al contrario la ragione dell'attacco allo Spread fu il buon rapporto del Governo Berlusconi con il Governo russo di Putin, e, prima, con il dittatore libico Gheddafi.

La politica energetica italiana sul petrolio libico e sul gas russo era stata troppo difforme dalla politica energetica statunitense. Putin e Gheddafi erano sicuramente parte di un asse del male per Washington. E oggi perchè tale attacco all'Italia? Perchè Renzi vorrebbe ridurre l'austerità, fare più deficit e meno tagli. Il Fiscal Compact impedisce di investire agli Stati con un debito molto alto, quelli Sud europei: di conseguenza l'Italia, con l'eccezione di alcune eccellenze, diventerà una colonia tedesca importatrice dei beni prodotti nel Nord Europa. Cambiare il Fiscal Compact significa sottrarsi a tale destino coloniale. Renzi ha rivendicato la paternità della Comunicazione della Commissione Europea del 13 gennaio 2015. Tale Comunicazione concederebbe flessibilità rispetto al Fiscal Compact, e, quindi, possibilità di investire. Il condizionale è obbligatorio. Juncker, Presidente della Commissione Europea, ha risposto lapidario a Renzi "La flessibilità in UE? L'ho introdotta io".

Nel contempo ieri il Commissario Europeo Moscovici al Forum di Davos ha avuto per Renzi le seguenti parole: " Quale altro paese beneficia di tutta la flessibilità prevista... inclusa la clausola investimenti e quella sulle riforme strutturali?". Per Moscovici l'Italia deve ridurre il debito.

Nessuna vera flessibilità: Renzi e Juncker si contendono la paternità di una favola Ma torniamo allo scontro con Juncker. In realtà, citando il titolo della celebre commedia di Shakespeare, Renzi e Juncker hanno fatto "Molto Rumore per Nulla". La suddetta Comunicazione sulla flessibilità non consente veramente di investire e quindi Renzi non ha nessuna vera ragione di attribuirsene la paternità. Analizziamo il testo della celebre “clausola investimenti”: saranno escluse dal calcolo della deviazione dall'Obiettivo di Medio Termine le spese per i progetti finanziati a livello nazionale che innalzino il tasso di crescita potenziale.

Non cambierà nulla poichè tale “clausola investimenti” si applica a condizione che: 1) il PIL cali o sia inferiore al PIL potenziale; 2) la deviazione sia dovuta a investimenti all’interno di progetti cofinanziati dalla UE o a cofinanziamenti nazionali di progetti cofinanziati dal Piano Juncker; 3) i cofinanziamenti non sostituiscano la spesa per investimenti interamente finanziata a livello nazionale (affinché la spesa nazionale per gli investimenti non cali); 4) gli Stati che beneficiano della clausola compensino le deviazioni e raggiungano il loro Obiettivo di Medio Termine entro quattro anni; 5) la deviazione non porti il rapporto Deficit/PIL oltre il 3%. Quindi? Da un lato il cofinanziamento italiano ai programmi cofinanziati dai fondi UE continua a non essere escluso dal computo del 3% perchè l'Italia deve sempre stare sotto il 3%. Dall'altro lato, lo sforamento del deficit per il cofinanziamento italiano ai Programmi UE nel 2016 dovrà essere compensato da un eguale taglio del deficit nel 2020. Qualora Moscovici concedesse veramente la clausola investimenti, l'Italia potrebbe sforare di 5,2 miliardi nel 2016 sul deficit, ma quattro anni dopo nel 2020 dovremmo tagliare il debito di 5,2 miliardi.

Renzi chieda flessibilità sui 12,6 miliardi residui del 2007-2013 Rimane un altro problema di cui Renzi non si è occupato: il residuo del vecchio ciclo 2007-2013 dei programmi cofinanziati dai fondi UE. Vediamo con precisione. I Fondi Europei sono tre: il FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale), il FSE (Fondo Sociale Europeo), il FEASR (Fondo Europeo Agricolo di Sviluppo Rurale). I tre fondi cofinanziano i Programmi Operativi Regionali (POR) e i Programmi Operativi Nazionali (PON).

Analizzando il file "Dotazione finanziaria complessiva e spesa certificata alla UE", pubblicato sul sito governativo dell'Agenzia per la Coesione Territoriale, si deduce la spesa certificata aggiornata al 31 ottobre 2015. L'Italia, a fronte di una dotazione di 64,3 miliardi, ha speso 51,67 miliardi; avanzano 12,6 miliardi: 10,8 miliardi di programmi FSE-FESR, 1,8 miliardi di piani FEASR. All'interno di quei 12,6 miliardi, il Sud (Puglia, Sicilia, Calabria, Campania e Basilicata), a fronte di una una dotazione di 38,8 miliardi ha speso 29,4 miliardi; avanzano 9,3 miliardi: 8,3 miliardi di programmi FSE-FESR, 1 miliardo di piani FEASR.

Di questi 9,3 miliardi residui, 2,69 miliardi sono dei Programmi Nazionali gestiti dal Governo. Dei programmi gestiti direttamente dal Presidente Michele Emiliano avanzano 843 milioni: 464 milioni del programma FESR, 157 milioni del programma FSE e 221 milioni del piano FEASR. Dei programmi gestiti direttamente dal Presidente Marcello Pittella avanzano 319 milioni: 138 milioni del programma FESR, 49 milioni del programma FSE e 131 milioni del piano FEASR. La spesa di tali programmi avrebbe dovuto essere certificata entro il 31 dicembre 2015. Si pone un problema importante. Quando Matteo Renzi rivendica come una sua vittoria contro l'austerità la suddetta Comunicazione sulla flessibilità dovrebbe fare attenzione. Quella Comunicazione non si preoccupa del disimpegno automatico dei soldi UE non spesi dall'Italia.

La Commissione Europea, per la chiusura del ciclo 2007-2013, ha posto il termine del 31 marzo 2017. Entra quella data l'Italia dovrà concludere i progetti non finiti dei programmi 2007-2013 senza usare soldi europei bensì anticipando soldi italiani. Insomma l'Italia dovrà anticipare 12,6 miliardi (quanto era il non speso) e concludere, sottolineo concludere, i progetti entro il 31 marzo 2017. Solo dopo aver concluso i progetti entro quella data Bruxelles rimborserà il contributo europeo, 7,5 miliardi ( sul totale di 12,6 miliardi residui dei programmi). Matteo Renzi non dovrebbe glorificare l'inutile Comunicazione che non concede flessibilità. Al contrario dovrebbe otten*ere lo sforamento di 12,6 miliardi di deficit per il 2016. Solo così l'Italia potrà chiudere i progetti del vecchio ciclo 2007-2013 e chiedere il rimborso di 7,5 miliardi europei nel 2017.

* Esperto Fondi Europei

andrea.delmonaco@libero.it

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