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Venerdì 19 Gennaio 2018 | 16:28

L'INTERVISTA alla Gazzetta

Il tecnico della Nazionale Ventura
«Il mio calcio punta ai giovani»

Il tecnico della Nazionale Ventura«Il mio calcio punta ai giovani»

di Gaetano Campione

Se Giampiero Ventura fosse nato a Londra, da lunga pezza avrebbe ricevuto il titolo di Sir dalla Regina. Ma, siccome è nato in Italia, Paese esterofilo e soprattutto portato a privilegiare la scena sulla sostanza, ha dovuto sudare più di Ercole per arrivare dove è arrivato: alla guida della Nazionale di calcio, forse la seconda carica effettiva dello Stato dopo la presidenza della Repubblica, ma di sicuro la più ambita dai milioni di tifosi.

Ventura è arrivato tardi alla guida degli Azzurri, anche per un’altra ragione. Eccelle in ironia e autoironia, qualità che in un ambiente serioso e sopracciò come quello del calcio, non provocano sorrisi tra gli addetti ai lavori.

Ventura è un Maestro, prima che un Mister. E come tutti i veri maestri è un misto di intelligenza e buonsenso, umiltà e voglia di fare. E così come gli alberi si giudicano dai frutti che producono, anche gli allenatori di calcio si valutano dagli allievi, dai talenti che scoprono, formano e lanciano. Le «scoperte» di Ventura potrebbero riempire un album della Panini.

Ventura non è un trainer mediatico. Se lo fosse avrebbe allenato Real Madrid, Juve e Manchester United. Né è un tecnico alla Sacchi, metà guru metà profeta. Né è un alchimista delle parole, categoria piuttosto affollata negli spogliatoi e sulle panchine. Ventura non ama il costruttivismo calcistico, vale a dire la prevalenza dell’astratto sul concreto, dello schema sull’estro individuale. Bravo psicologo, Ventura sa che anche il calcio somiglia al legno storto del filosofo Kant: l’umanità non è perfetta, non è altro che un legno storto. Ventura sa che bisogna correggere difetti e anomalie di chi va in campo, senza la pretesa di risolvere tutto con il perfettismo della lavagna.

L’altro giorno abbiamo avuto modo di conoscerlo un po’ più da vicino. 

Nella vita di uno sportivo le cose possono cambiare in un secondo. Le scelte rappresentano il pane quotidiano e possono influire, nel bene o nel male, su un'intera carriera. Poche parole, una telefonata che ti cambia la vita. Poi tocca a te trasformare la normalità in eccellenza. 

Nel destino di Gianpiero Ventura Bari ha sempre avuto un posto importante. Perché qui ha conosciuto Luciana, la moglie e da qui partì la «madre di tutte le telefonate».

Ricorda Ventura: «Ero in vacanza a New York e stavo correndo a Central Park quando squilla il telefonino. Era Giorgio Perinetti. Mi chiede se volevo essere il successore di Antonio Conte a Bari. Mi fermo un attimo, prendo fiato, penso velocemente e gli dico di sì. Il Bari di Conte giocava in maniera simile al mio Pisa, quindi c’erano le premesse per proseguire su un programma già tracciato. E poi Bari è una grande piazza che regala emozioni uniche. Continuo a pensare. Attimi. E Perinetti mi passa il presidente, Vincenzo Matarrese. Allora ci vediamo domani da me, mi dice. Veramente sono negli Stati Uniti. E che problema c'è? Prenda un aereo e mi raggiunga. Detto, fatto».

Il Bari sempre nel cuore?

«L’amore per questa città resterà grandissimo. Come il rapporto che mi legava a Vincenzo Matarrese. Un affetto profondo. Lui è stato un uomo buono. E quando è mancato, ho sentito il dovere di essere presente e di salutare la sua famiglia. Un atto dovuto».

La Bari e il pallone. Una passione travolgente.

«Se il Bari potesse competere per l’Europa, lo stadio San Nicola avrebbe 60mila spettatori fissi a partita. Perciò mi sono sempre chiesto perché un imprenditore “forte” non investa in un contesto nel quale si potrebbe fare calcio ad altissimi livelli, anche generando profitti. Non so se il mio Bari avrebbe avuto un futuro, al di là delle vicende che conoscono tutti. La famiglia Matarrese versava già in difficoltà sul piano aziendale e non poteva investire altre risorse economiche. Eclatante l’esempio di Giovinco: era convinto di venire a Bari, ma non riuscimmo a prenderlo nemmeno in prestito. Gli avrei costruito una squadra su misura, come un abito. Speravo di migliorare il decimo posto in serie A. Ma capii che qualcosa era cambiato. Alcuni acquisti mancati, qualche atteggiamento sbagliato nel ritiro estivo da parte di chi, forse, si sentiva arrivato dopo una sola stagione ad alti livelli. Certo, quanto è accaduto in seguito era inimmaginabile. Oggi non conosco le ultime vicende societarie, né i progetti dettagliati del presidente Giancaspro. La squadra ha indubbie potenzialità e qualche giocatore di valore. Sarebbe un peccato non sfruttare un campionato credo abbastanza livellato e aggredibile. Ma va anche concesso tempo ad una società nuova per crescere e sviluppare un progetto».

Un giudizio sulla sua carriera da allenatore?

«Non ho vinto scudetti, né ho mai guidato un club in grado di competere per il titolo. Nel 1999, dopo la promozione con il Cagliari e l’ottimo torneo in A, sono stato vicino ad una grandissima squadra italiana. L’accordo sfumò per una serie di coincidenze. E perché, da genovese, feci una scelta di cuore firmando per la Sampdoria, la squadra per la quale ho sempre tenuto. Purtroppo, fallimmo la promozione in serie A per un solo punto: fu un massacro. Ma la carriera di un tecnico va giudicata in base agli obiettivi che si pone il suo club: nel complesso, penso di averne centrati la gran parte. Senza dimenticare le centinaia di milioni di euro di plusvalenze create da molti giocatori che ho allenato. Questi sono i miei scudetti».

La Nazionale è un sogno?

«È un treno che ho preso a volo perché non sarebbe passato più. Ma è anche un mondo incredibilmente complesso. Antonio Conte mi aveva avvisato. Proprio il “dopo Conte” è stato difficile da gestire. Qualsiasi cosa era negativa, ogni dichiarazione veniva fuorviata, dopo la sconfitta con la Francia ero un condannato a morte. È stata interpretata male persino la mia risposta alla domanda: “Che cosa le ha lasciato l’Europeo con Conte?”. Io risposi: “La Nazionale più vecchia degli ultimi 30 anni”, certo non per sminuire l’eccezionale lavoro di Antonio, ma solo perché era un dato di fatto. Ebbene, a quel punto avevo soltanto due possibilità: o continuare su un solco già tracciato con pochi margini di crescita, o creare una squadra nuova, ovviamente ripartendo dai campioni che avevano ancora da dare. Ho scelto la seconda via. Ma la difficoltà era agire da allenatore pur vestendo i panni di un selezionatore. Ecco, Lippi è stato un selezionatore: quando hai Totti, Inzaghi, Toni, Del Piero, Gilardino e Iaquinta, devi essere bravo a scegliere i migliori. Io, in un momento particolare del calcio italiano, mi trovavo a dover creare una squadra».

Cosa ha inventato?

«Ho scelto il riferimento della Germania. Per riprendere a vincere i tedeschi sono ripartiti dai giovani che per alcuni periodi all’anno praticano proprio il calcio della Nazionale. Così, quando sono convocati, sanno già cosa fare. Allora ho provato a riproporre questo modello con una formula a “conduzione familiare”. Nel senso che vado a trovare le squadre rinfrescando la memoria ai calciatori sulla nostra metodologia e dedicando gli stage soltanto ai giovani. In tal modo, si è radicato un marcato spirito di appartenenza ed oggi tutti vedono la Nazionale come un obiettivo raggiungibile. Si è aperto un varco per tornare competitivi ai massimi livelli. Potremmo essere protagonisti fin dal Mondiale 2018».

Ma qualificarsi non è facile...

«Ci giocheremo tutto in Spagna. Per questo volevo arrivare a quell’appuntamento con almeno tre partite di campionato nelle gambe. Ma non è stato possibile farlo, pazienza. L’alternativa? Il passaggio dai playoff. Ho fiducia assoluta nella squadra. Ma so già che se non dovessimo farcela, torneranno a spianare i fucili».

Trova noioso il campionato italiano per lo strapotere della Juventus?

«La Juventus vince non solo perché è più forte a livello tecnico ma soprattutto a livello societario. Ha idee chiare ed un progetto vero. Prese singolarmente, Roma, Inter e Napoli non hanno organici così inferiori a quello bianconero. I bianconeri hanno raggiunto una maturità tale da essere al livello delle top europee e possono legittimamente ambire alla vittoria della Champions League: in tal senso, il lavoro di Allegri è stato determinante. Il Monaco comunque non va sottovalutato: ci sono Raggi e Glik che ho avuto a Bari. Tra i due, mi ha stupito più l’affermazione di Raggi a certi livelli. Glik è stato accolto con diffidenza anche al suo arrivo a Torino. Ma ha una tenacia ed una voglia di imparare incredibile che l’hanno portato a miglioramenti esponenziali. Il campionato italiano non è noioso e offre molti spunti interessanti. La Lazio, ad esempio, non è una semplice rivelazione: ha un complesso forte, giovane e di grande prospettiva. Simone Inzaghi è stato intelligente nell’approccio e nel valorizzare talenti come Keita, Felipe Anderson, lo stesso Immobile. Tra i tecnici, non manca chi offre una precisa impronta di calcio. Su tutti, Sarri a Napoli, Gasperini all’Atalanta, Di Francesco a Sassuolo».

Infine, i bad boys del calcio italiano: Cassano e Balotelli

«Di Cassano si è detto tutto. Un talento che, in proporzione, ha espresso solo in parte un potenziale incredibile. La scorsa estate gli ho parlato a lungo quando sono andato a trovare la Sampdoria: Antonio è un ragazzo genuino e mi auguro che possa avere un’altra chance nel calcio che conta. Balotelli è diverso da lui: più silenzioso, meno esuberante. Gli ho parlato a Nizza. Un suo ritorno in Nazionale? Dipenderà da lui: le qualità non gli mancano certo, ma deve trovare continuità nell’atteggiamento».

[hanno collaborato Fabrizio Nitti e Davide Lattanzi ]    

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